Oggi torniamo a parlare di una rivista che avevamo messo da parte da qualche settimana: Dime Mystery Magazine, e per la precisione del primo racconto del numero di Settembre del 1944, Seven Keys to Murder, un intrigante murder mystery stile Dieci piccoli indiani, dovuto alla penna di Day Keene, uno tra i più prolifici giallisti dell'era dei pulp e non solo (sono numerosi i Gialli Mondadori con i suoi romanzi degli anni Cinquanta e Sessanta), che qui dimostra tutto il suo mestiere.
Rispetto al periodo dove l'avevamo lasciata, ovvero la metà degli anni Trenta, il momento del boom degli shudder pulps, dove l'orrore, il sesso e il macabro la facevano da padrona, adesso Dime Mystery è diventata una rivista che tiene fede al suo nome (in quegli anni fu molto attivo anche il grande Fredric Brown, per esempio), e presenta quindi principalmente dei gialli, in questo caso un perfetto "whodunit", che ruota attorno a un gruppo di persone riunite in una lussuosa villa costiera della Florida, per una ben strana eredità: un ricco dal passato molto oscuro, infatti, ha lasciato la sua eredità milionaria alla segretaria, che però potrà ottenerla soltanto se riuscirà a non farsi accusare di un crimine da uno degli ospiti della villa, che invece risulterà erede al suo posto. Per essere esclusi dalla strana partita a tempo, bisogna sopravvivere al delitto e cercare di incastrare gli altri al tuo posto. A cercare di risolvere il mistero, un investigatore privato appena tornato dall'inferno di un carcere di guerra giapponese, dopo essere stato uno degli ultimi a resistere a Bataan, travolto dai dubbi e roso dalla terribile esperienza.
Per quanto surreale, la vicenda di delitti che ruota attorno alla fantomatica eredità (che poi finirà in una bolla di sapone, perché i Federali interverranno per sequestrare le proprietà del defunto riccone, non proprio stinco di santo) è ben congegnata e ci sono tutte le caratteristiche del genere, dalle belle donne ammaliatrici o ingenue, l'attrice sul viale del tramonto, il fanatico religioso preda di fantasie ossessive non particolarmente devote, l'indiano d'India dal comportamento oscuro, il giovane scapestrato facilmente imputabile, e così via. Non vi rivelo l'assassino, ovviamente, nel caso qualcuno potesse un giorno procurarsi il racconto (magari nella futura edizione Radioarchives), ma vi consiglio di seguire l'autore, eccellente orchestratore di trame gialle vecchio stile (che non erano tali settant'anni fa, ovviamente ;)
Alla prossima
mercoledì 27 febbraio 2013
martedì 26 febbraio 2013
Un pulp al giorno: The Sky Buster
Puntata minore della nostra rubrica quotidiana, dedicata stavolta a un personaggio secondario di una delle riviste seriali che abbiamo esaminato qualche giorno fa, G-8 and his battle aces.
Praticamente tutte queste riviste dedicate a un personaggio principale presentavano una o più brevi storie di contorno, che lanciavano altri personaggi seriali di minor importanza. E' il caso del presente racconto, The Sky Buster, dedicato al pilota cowboy Smoke Wade, capitano dell'aviazione americana impegnata sul suolo francese contro le truppe del Kaiser, che ha la caratteristica di avere il suo Spad dipinto come il mustang pezzato con cui era solito controllare le mandrie nelle praterie del suo ranch natio. Comparso su decine di numeri della rivista e scritto dallo stesso Robert J.Hogan, già autore del titolo di punta della rivista, il personaggio si è recentemente meritato delle raccolte autonome a opera della Age of Aces Books, casa editrice specializzata nel recupero dei numerosi pulp aviatori di gran moda negli anni Trenta del secolo scorso.
Il racconto in questione è incentrato su di un novellino che ha la sfortuna di avere un cognome tedesco, Schiller, e perciò viene subito preso di mira da uno stolido maggiore perché temuto una spia. Wade dimostrerà come invece il ragazzo sia un vero americano, aiutandolo a completare una missione contro le linee tedesche, che procurerà una medaglia al giovane immigrato. Breve, ma ben scritto e interessante (il problema dei naturalizzati doveva essere effettivamente piuttosto sentito negli Stati Uniti, in particolar modo nel secondo conflitto mondiale - e il racconto è infatti del 1941, proprio del mese dell'entrata in guerra degli Stati Uniti).
A domani per una nuova avventura del fantastico mondo dei pulp!
Praticamente tutte queste riviste dedicate a un personaggio principale presentavano una o più brevi storie di contorno, che lanciavano altri personaggi seriali di minor importanza. E' il caso del presente racconto, The Sky Buster, dedicato al pilota cowboy Smoke Wade, capitano dell'aviazione americana impegnata sul suolo francese contro le truppe del Kaiser, che ha la caratteristica di avere il suo Spad dipinto come il mustang pezzato con cui era solito controllare le mandrie nelle praterie del suo ranch natio. Comparso su decine di numeri della rivista e scritto dallo stesso Robert J.Hogan, già autore del titolo di punta della rivista, il personaggio si è recentemente meritato delle raccolte autonome a opera della Age of Aces Books, casa editrice specializzata nel recupero dei numerosi pulp aviatori di gran moda negli anni Trenta del secolo scorso.
Il racconto in questione è incentrato su di un novellino che ha la sfortuna di avere un cognome tedesco, Schiller, e perciò viene subito preso di mira da uno stolido maggiore perché temuto una spia. Wade dimostrerà come invece il ragazzo sia un vero americano, aiutandolo a completare una missione contro le linee tedesche, che procurerà una medaglia al giovane immigrato. Breve, ma ben scritto e interessante (il problema dei naturalizzati doveva essere effettivamente piuttosto sentito negli Stati Uniti, in particolar modo nel secondo conflitto mondiale - e il racconto è infatti del 1941, proprio del mese dell'entrata in guerra degli Stati Uniti).
A domani per una nuova avventura del fantastico mondo dei pulp!
lunedì 25 febbraio 2013
Un pulp al giorno: The circle of Zero
Torniamo a parlare di Weinbaum, con un altro dei miei racconti preferiti, un piccolo gioiellino semisconosciuto in Italia (unica apparizione sul numero 1 di Robot Speciale, nel 1978): The circle of Zero, apparso per la prima volta sul numero di agosto del 1936 di Thrilling Wonder Stories.
Pur con personaggi diversi, e con note più malinconiche, il racconto si avvicina alle storie di Van Manderpootz, in quanto tra i protagonisti ci sono un eccentrico professore (dal profetico nome di Aurore de Neant), un suo vecchio studente, ridotto sul lastrico dalla crisi del '29, e la figlia del professore, futura sposa del suddetto.
L'incipit - un detto cinese (di cui non conosco la reale esistenza, peraltro) che recita
Pur con personaggi diversi, e con note più malinconiche, il racconto si avvicina alle storie di Van Manderpootz, in quanto tra i protagonisti ci sono un eccentrico professore (dal profetico nome di Aurore de Neant), un suo vecchio studente, ridotto sul lastrico dalla crisi del '29, e la figlia del professore, futura sposa del suddetto.
L'incipit - un detto cinese (di cui non conosco la reale esistenza, peraltro) che recita
"Se ci fosse una montagna alta un migliaio di miglia e
ogni mille anni un uccello la sorvolasse, limitandosi a sfiorarne la sommità
con la punta di un'ala, con il trascorrere di un numero inconcepibile di eoni,
la montagna sarebbe completamente consumata. Nonostante questo, quell'epoca
immensa non sarebbe che un secondo se confrontata con l'eternità..." - mette subito il lettore dell'umore giusto, per affrontare una storia basata sul tempo e sull'utilizzo del viaggio nel tempo per modificare il presente. Il professore, infatti, convince il giovane di aver trovato il modo, attraverso i vari stadi dell'ipnosi, per farlo viaggiare nel tempo, in uno degli infiniti mondi futuri che si sono già tutti verificati (visto che ritiene il tempo una concezione circolare, dove passato, presente e futuro si trovano su di un unico piano, e l'infinito racchiude infinite volte ogni possibile combinazione di atomi ed elementi, capace di riprodurre una persona e il suo mondo, in tutte le possibili sfumature), in modo da trovare il modo di superare il disagio attuale e vivere una vita ricca e felice con la fidanzata. Andrà esattamente come previsto, perché il giovane saprà sfruttare una finta ripresa del mercato azionario, per comprare a poco e vendere a tanto un pacchetto azionario, e poi vivere di rendita, secondo quanto aveva visto in una delle visioni oniriche dei suoi stati ipnotici. Ma per avere i soldi per l'acquisto, sarà lo stesso professore, per il bene della figlia, a uccidersi, per far incassare loro i soldi dell'assicurazione. Quando tutto sarà andato per il verso giusto, la figlia dirà al futuro marito, che il padre gli aveva sussurrato nel dormiveglia, tutto quanto lui aveva creduto di vedere in sogno! Eppure, tutto era andato come aveva visto.
Enigmatico, romantico, ricco di trovate linguistiche straordinarie (come "reincarnazione", che diventa "re in carnatione", ovvero, "dalla cosa nel garofano"!), è un racconto senza dubbio minore, ma che da sempre ha un posto speciale nel mio cuore di appassionato (essendo stata una delle mie prime letture in assoluto, di giovane nuovo adepto della fantascienza, all'inizio degli anni Ottanta, poco dopo le mie prime letture di Urania).
Ne risentirete parlare, se seguirete questo blog anche in futuro
Ascesa e declino dell'"Ombra"
Non parleremo di fantasy, di horror, di cinema o di pulp in quest'occasione. Per il cinquantesimo post del mio blog (in meno di due mesi!), ho deciso di far ritorno alla formula uno per parlare brevemente di una delle mie scuderie preferite da bambino e giovane adolescente: la Shadow. Quanti di voi la ricordano?
Il nome accattivante, la livrea nera (diventata perfino bianca negli ultimi, declinanti anni), la particolare conformazione del telaio della vettura della metà degli anni Settanta (quella guidata da Tom Pryce, lo sfortunato pilota inglese, deceduto a Kyalami in uno degli incidenti più assurdi e incredibili della storia della formula uno), hanno sempre esercitato un grande fascino sul sottoscritto, che pur non avendo mai tifato per nessuno dei suoi piloti in particolare (ero un grande tifoso di Niki Lauda e lui soltanto negli anni in cui ha corso), l'ha sempre ritenuta una scuderia simpatica e degna di considerazione.
Dall'esordio nel 1973 al ritiro nel 1980, la Shadow ha vinto un gran premio (con Alan Jones, nel 1977 - il pilota australiano, poi campione del mondo nel 1980, era subentrato al compianto Pryce dopo la sua morte) e sei volte si è piazzata sul podio, sempre al terzo posto (con i citati Jones e Pryce (2 volte), poi Jackie Oliver, George Follmer (pilota americano, il primo a portare al traguardo la vettura, nel gran premio del SudAfrica del 1973) e Jean Pierre Jarier.
E il SudAfrica è il gran premio che più di ogni altro ha segnato la breve storia di questa scuderia anglo-americana (nata negli Stati Uniti, infatti, ma ben presto spostata in Inghilterra come sede operativa): nel 1973, infatti, George Follmer e Jackie Oliver (quest'ultimo ritiratosi al quattordicesimo giro per problemi di motore), portavano all'esordio la macchina proprio sul circuito di Kyalami, che negli anni successivi avrebbe chiesto un grosso tributo di sangue alla squadra, portandosi via la vita del newyorkese Peter Revson nel 1974, in un incidente causato dal venir meno di una sospensione durante le prove del gran premio.
Il suo rimpiazzo, il citato Tom Pryce, avrebbe trovato la morte esattamente tre anni dopo, sullo stesso circuito, dopo essere stato colpito in pieno volto dall'estintore del commissario di pista che aveva attraversato la strada al suo sopraggiungere per andare a soccorrere Renzo Zorzi, la cui auto era avvolta dalle fiamme per una perdita di carburante (ma il pilota era già fuori e illeso), a sua volta ucciso all'istante per essere stato travolto dal povero Pryce. Ovviamente, visto che il destino può realmente essere crudele e dotato di un'ironia che nessuna fantasia umana, per quanto perversa, è in grado di immaginare, Zorzi era il compagno di squadra di Pryce... (dopo altri due gran premi avrebbe terminato la sua breve e ferale carriera in formula uno, con sette corse all'attivo e un solo punto conquistato).
E ancora in Sudafrica, con alla guida un altro pilota inglese, Geoffrey Lees, si chiuderà la comunque gloriosa parabola della scuderia, con il 13 posto al traguardo, prima di un manipolo di altri gran premi senza ottenere la qualifica, e infine il mesto ritiro.
Torneremo ancora a parlare di formula uno, con altri aneddoti di questo straordinario mondo, che tra breve riprendere la sua corsa ("criptata", accidenti a Sky!)
Il nome accattivante, la livrea nera (diventata perfino bianca negli ultimi, declinanti anni), la particolare conformazione del telaio della vettura della metà degli anni Settanta (quella guidata da Tom Pryce, lo sfortunato pilota inglese, deceduto a Kyalami in uno degli incidenti più assurdi e incredibili della storia della formula uno), hanno sempre esercitato un grande fascino sul sottoscritto, che pur non avendo mai tifato per nessuno dei suoi piloti in particolare (ero un grande tifoso di Niki Lauda e lui soltanto negli anni in cui ha corso), l'ha sempre ritenuta una scuderia simpatica e degna di considerazione.
Dall'esordio nel 1973 al ritiro nel 1980, la Shadow ha vinto un gran premio (con Alan Jones, nel 1977 - il pilota australiano, poi campione del mondo nel 1980, era subentrato al compianto Pryce dopo la sua morte) e sei volte si è piazzata sul podio, sempre al terzo posto (con i citati Jones e Pryce (2 volte), poi Jackie Oliver, George Follmer (pilota americano, il primo a portare al traguardo la vettura, nel gran premio del SudAfrica del 1973) e Jean Pierre Jarier.
E il SudAfrica è il gran premio che più di ogni altro ha segnato la breve storia di questa scuderia anglo-americana (nata negli Stati Uniti, infatti, ma ben presto spostata in Inghilterra come sede operativa): nel 1973, infatti, George Follmer e Jackie Oliver (quest'ultimo ritiratosi al quattordicesimo giro per problemi di motore), portavano all'esordio la macchina proprio sul circuito di Kyalami, che negli anni successivi avrebbe chiesto un grosso tributo di sangue alla squadra, portandosi via la vita del newyorkese Peter Revson nel 1974, in un incidente causato dal venir meno di una sospensione durante le prove del gran premio.
Il suo rimpiazzo, il citato Tom Pryce, avrebbe trovato la morte esattamente tre anni dopo, sullo stesso circuito, dopo essere stato colpito in pieno volto dall'estintore del commissario di pista che aveva attraversato la strada al suo sopraggiungere per andare a soccorrere Renzo Zorzi, la cui auto era avvolta dalle fiamme per una perdita di carburante (ma il pilota era già fuori e illeso), a sua volta ucciso all'istante per essere stato travolto dal povero Pryce. Ovviamente, visto che il destino può realmente essere crudele e dotato di un'ironia che nessuna fantasia umana, per quanto perversa, è in grado di immaginare, Zorzi era il compagno di squadra di Pryce... (dopo altri due gran premi avrebbe terminato la sua breve e ferale carriera in formula uno, con sette corse all'attivo e un solo punto conquistato).
E ancora in Sudafrica, con alla guida un altro pilota inglese, Geoffrey Lees, si chiuderà la comunque gloriosa parabola della scuderia, con il 13 posto al traguardo, prima di un manipolo di altri gran premi senza ottenere la qualifica, e infine il mesto ritiro.
Torneremo ancora a parlare di formula uno, con altri aneddoti di questo straordinario mondo, che tra breve riprendere la sua corsa ("criptata", accidenti a Sky!)
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domenica 24 febbraio 2013
Un pulp al giorno: Raiders of the Red Death
Oggi festeggiamo la nostra prima incursione all'interno dei pulp che sfoggiano sulle copertine il nome del protagonista, i pulp seriali, che tanta parte hanno avuto nella costruzione dell'immaginario pulp del periodo (pensiamo per esempio a Doc Savage, Zorro, The Shadow, Buck Rogers e decine e decine di altri).
I nostri eroi sono il gruppo di aviatori americani facenti parte del Bat Staffel, ovvero G-8, the Master Spy, e i suoi tre aiutanti e compagni d'avventura, Bull, Nibby e Battle, conosciuti anche come i Battle Aces.
Nati nel 1934, i nostri eroi hanno conosciuto oltre un centinaio di avventure, ben all'interno degli anni della Seconda Guerra Mondiale, anche se le loro storie sono tutte ambientate nella Prima Guerra Mondiale.
Raiders of the Red Death è la loro novantesima avventura e risale al marzo del 1941, per la penna di Robert J.Hogan, specializzato in racconti aviatorii e loro creatore.
La trama vede il nostro G-8 fingersi un vecchio contadino tedesco, per andare a contattare una spia oltre le linee del nemico, viene preso prigioniero, ma riesce ovviamente a fuggire prima dell'esecuzione, a opera della sua nemesi, il perfido crucco The Raven (tanto simile al teschio rosso di Capitan America, da far pensare a una sua primogenitura per il personaggio poi diventato celeberrimo nei comics già degli anni Quaranta), che ha scoperto un gas capace di uccidere e miniaturizzare le proprie vittime.
Tornato al campo, G-8 e i suoi si mettono in caccia di un mega-zeppelin destinato a giungere nel profondo Egitto, dove probabilmente si annida il segreto del misterioso gas assassino. Dopo un violento duello aereo e un lunghissimo inseguimento, gli Spad dei Battle Birds distruggono il dirigibile tedesco, ma dopo che questi ha compiuto la sua missione. A questo punto, i nostri eroi sono costretti ad avventurarsi nel deserto egiziano e a trovare la piramide dimenticata, dove il gas letale emana direttamente dalle viscere della terra. Dopo qualche peripezia, G-8 e company porteranno a termine con successo la loro missione.
Nonostante la banalità e la scontatezza delle vicenda (e soluzioni narrative per la risoluzione dei momenti topici perfino risibili quanto a stupidaggine), devo dire che il breve romanzo scorre bene, con un ritmo che ancor oggi può risultare godibile, le punzecchiature fra i personaggi e la loro caratterizzazione, per quanto fumettistica, sono divertenti, insomma serial stereotipo quanto si vuole, ma in fondo in fondo passabile; mette perfino la voglia di leggere altre di queste avventure (cosa probabile, se continueranno a giungermi come lavoro di proofreading!).
Alla prossima!
I nostri eroi sono il gruppo di aviatori americani facenti parte del Bat Staffel, ovvero G-8, the Master Spy, e i suoi tre aiutanti e compagni d'avventura, Bull, Nibby e Battle, conosciuti anche come i Battle Aces.
Nati nel 1934, i nostri eroi hanno conosciuto oltre un centinaio di avventure, ben all'interno degli anni della Seconda Guerra Mondiale, anche se le loro storie sono tutte ambientate nella Prima Guerra Mondiale.
Raiders of the Red Death è la loro novantesima avventura e risale al marzo del 1941, per la penna di Robert J.Hogan, specializzato in racconti aviatorii e loro creatore.
La trama vede il nostro G-8 fingersi un vecchio contadino tedesco, per andare a contattare una spia oltre le linee del nemico, viene preso prigioniero, ma riesce ovviamente a fuggire prima dell'esecuzione, a opera della sua nemesi, il perfido crucco The Raven (tanto simile al teschio rosso di Capitan America, da far pensare a una sua primogenitura per il personaggio poi diventato celeberrimo nei comics già degli anni Quaranta), che ha scoperto un gas capace di uccidere e miniaturizzare le proprie vittime.
Tornato al campo, G-8 e i suoi si mettono in caccia di un mega-zeppelin destinato a giungere nel profondo Egitto, dove probabilmente si annida il segreto del misterioso gas assassino. Dopo un violento duello aereo e un lunghissimo inseguimento, gli Spad dei Battle Birds distruggono il dirigibile tedesco, ma dopo che questi ha compiuto la sua missione. A questo punto, i nostri eroi sono costretti ad avventurarsi nel deserto egiziano e a trovare la piramide dimenticata, dove il gas letale emana direttamente dalle viscere della terra. Dopo qualche peripezia, G-8 e company porteranno a termine con successo la loro missione.
Nonostante la banalità e la scontatezza delle vicenda (e soluzioni narrative per la risoluzione dei momenti topici perfino risibili quanto a stupidaggine), devo dire che il breve romanzo scorre bene, con un ritmo che ancor oggi può risultare godibile, le punzecchiature fra i personaggi e la loro caratterizzazione, per quanto fumettistica, sono divertenti, insomma serial stereotipo quanto si vuole, ma in fondo in fondo passabile; mette perfino la voglia di leggere altre di queste avventure (cosa probabile, se continueranno a giungermi come lavoro di proofreading!).
Alla prossima!
Un pulp al giorno: Parcels from Hell
Ed eccoci a una classica storia di vendetta infernale, tratta ancora una volta dalle pagine di Terror Tales, e precisamente dal numero di dicembre del 1935, a firma del praticamente sconosciuto E.G.Morris. Se avete visto il film del 1991 No control - Fuori Controllo, tratto dal romanzo francese Choice Cuts, avrete un'idea visiva di cosa vi aspetta in questa lettura.
La trama vede un medico folle di gelosia che uccide la moglie fedigrafa (o forse solo presunta tale) e poi uccide l'amante, facendolo a pezzi con il bisturi e poi seppellendolo in giardino, non senza che lo sventurato lanci una maledizione contro l'omicida. Il giorno dopo, il postino consegna una strano pacco, di cui il medico non riesce a leggere il mittente, che contiene un braccio dell'uomo che ha da poco ucciso; nei giorni successivi arriveranno anche un piede e la testa, e nel giro di poco tempo, la vittima riuscirà a vendicarsi totalmente del medico assassino, ripagandolo con la stessa moneta.
Forti richiami alla mano assassina vista al cinema per la prima volta nel 1924, con Horlack's Hande di Wiene (e derivata anch'essa dal romanzo di Renard), per un racconto derivativo, piuttosto truculento e macabro, ma assolutamente datato e di routine, un horror facilmente dimenticabile, in un panorama che, come avete visto se ci avete seguito nelle settimane precedenti, ha molto più da offrire.
La trama vede un medico folle di gelosia che uccide la moglie fedigrafa (o forse solo presunta tale) e poi uccide l'amante, facendolo a pezzi con il bisturi e poi seppellendolo in giardino, non senza che lo sventurato lanci una maledizione contro l'omicida. Il giorno dopo, il postino consegna una strano pacco, di cui il medico non riesce a leggere il mittente, che contiene un braccio dell'uomo che ha da poco ucciso; nei giorni successivi arriveranno anche un piede e la testa, e nel giro di poco tempo, la vittima riuscirà a vendicarsi totalmente del medico assassino, ripagandolo con la stessa moneta.
Forti richiami alla mano assassina vista al cinema per la prima volta nel 1924, con Horlack's Hande di Wiene (e derivata anch'essa dal romanzo di Renard), per un racconto derivativo, piuttosto truculento e macabro, ma assolutamente datato e di routine, un horror facilmente dimenticabile, in un panorama che, come avete visto se ci avete seguito nelle settimane precedenti, ha molto più da offrire.
sabato 23 febbraio 2013
Un pulp al giorno: It's dark in my Grave
No, non parleremo del capitano Schettino e delle sue celebri scuse la notte della tragedia della Concordia, ma di un inquietante e very disturbing racconto pulp, tanto breve quanto capace di rimescolarti lo stomaco con una serie di immagini (e di pensieri) sgradevoli nel volgere delle sue poche paginette.
Scritto dal praticamente sconosciuto nel nostro paese William Edmund Barrett (in realtà autore di oltre una ventina di romanzi, credo di genere mainstream, tre dei quali diventati perfino film, con attori del calibro di Bogart e Poitier) e apparso sul numero di Marzo del 1936 dell'ormai consueto Terror Tales.
E' la storia di quello che accade a un suicida dopo la morte, narrata in prima persona dallo stesso suicida. Be', l'autore deve essere un fervente cattolico, che non ama affatto i suicidi, e quello che accade loro è peggio dell'inferno dantesco, non per la ferocia della punizione, ma proprio per l'impossibilità di staccarsi, come le altre anime, dal contatto con il mondo che hanno rifiutato con la scelta di darsi volontariamente la morte. Dopo aver accettato la propria dipartita con fare agnostico, il defunto suicida attende con raziocinio quella che immagina essere la morte, ovvero, la mancanza di tutto, niente Dio, niente inferno, solo la fine. Non è così: prima una serie di strane, oscene creature, banchettano sul suo corpo, che la mente raziocinante sa essere solo un involucro vuoto, oramai, della cui distruzione dovrebbe fregarsene, ma invece non è così, e il morto prova un crescente disagio, l'impossibilità di slegarsi da quel luogo, la claustrofobia della tomba più e più profanata da orrende creature. Quando alla fine l'anima del suicida riesce a uscire dalla tomba, si trova circondata da innumerevoli altri suoi simili, tutti i morti suicidi che costituiscono una sorta di comunità di paria, esclusa dalla luce divina e impossibilitata a lasciare quel corpo che tanto hanno aborrito fino a privarlo della vita. Con l'angoscia a divorare quella che avrebbe dovuta essere ragione pura, il suicida si accorge di non essere ancora morto, perché qualcuno sta provando a salvarlo, dicendo che sarà dura che ce la faccia, perché per vivere adesso serve una forte volontà, che di solito i suicidi non hanno. Ma ora il tentato suicida grida con flebile voce "I want to live!".
E' una lettura che non ci si aspetta in un pulp, perché è decisamente tosta, oltremodo inquietante e altrettanto sgradevole (e molti dei miei lettori capiranno il perché), ma il racconto prende, avvince, ti tratta come l'anima del protagonista del racconto e non ti lascia sfuggire dalle sue pagine. Mai più ristampato (e ci credo!) e inedito in Italia, è una storia comunque da provare a leggere, per meditarci sopra.
La prossima volta, siate certi, proporremo un pulp meno sconvolgente.
Scritto dal praticamente sconosciuto nel nostro paese William Edmund Barrett (in realtà autore di oltre una ventina di romanzi, credo di genere mainstream, tre dei quali diventati perfino film, con attori del calibro di Bogart e Poitier) e apparso sul numero di Marzo del 1936 dell'ormai consueto Terror Tales.
E' la storia di quello che accade a un suicida dopo la morte, narrata in prima persona dallo stesso suicida. Be', l'autore deve essere un fervente cattolico, che non ama affatto i suicidi, e quello che accade loro è peggio dell'inferno dantesco, non per la ferocia della punizione, ma proprio per l'impossibilità di staccarsi, come le altre anime, dal contatto con il mondo che hanno rifiutato con la scelta di darsi volontariamente la morte. Dopo aver accettato la propria dipartita con fare agnostico, il defunto suicida attende con raziocinio quella che immagina essere la morte, ovvero, la mancanza di tutto, niente Dio, niente inferno, solo la fine. Non è così: prima una serie di strane, oscene creature, banchettano sul suo corpo, che la mente raziocinante sa essere solo un involucro vuoto, oramai, della cui distruzione dovrebbe fregarsene, ma invece non è così, e il morto prova un crescente disagio, l'impossibilità di slegarsi da quel luogo, la claustrofobia della tomba più e più profanata da orrende creature. Quando alla fine l'anima del suicida riesce a uscire dalla tomba, si trova circondata da innumerevoli altri suoi simili, tutti i morti suicidi che costituiscono una sorta di comunità di paria, esclusa dalla luce divina e impossibilitata a lasciare quel corpo che tanto hanno aborrito fino a privarlo della vita. Con l'angoscia a divorare quella che avrebbe dovuta essere ragione pura, il suicida si accorge di non essere ancora morto, perché qualcuno sta provando a salvarlo, dicendo che sarà dura che ce la faccia, perché per vivere adesso serve una forte volontà, che di solito i suicidi non hanno. Ma ora il tentato suicida grida con flebile voce "I want to live!".
E' una lettura che non ci si aspetta in un pulp, perché è decisamente tosta, oltremodo inquietante e altrettanto sgradevole (e molti dei miei lettori capiranno il perché), ma il racconto prende, avvince, ti tratta come l'anima del protagonista del racconto e non ti lascia sfuggire dalle sue pagine. Mai più ristampato (e ci credo!) e inedito in Italia, è una storia comunque da provare a leggere, per meditarci sopra.
La prossima volta, siate certi, proporremo un pulp meno sconvolgente.
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