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giovedì 29 maggio 2014

Guida al cinema di fantascienza

Oggi mi trovo, smaccatamente, ad autopromuovere un titolo che mi vede fra gli autori: la nuovissima (dovrebbe uscire ufficialmente domani) Guida al cinema fantascienza della casa editrice Odoya, scritta dal sottoscritto, insieme a Gian Filippo Pizzo e Michele Tetro. Con questo volume, il trio raggiunge la mezza dozzina di volumi dedicati al cinema di fantascienza (e fantasy) in poco più di un decennio.
Ancora cinema di fantascienza, direte? Sì, perché no?
Il presente volume, infatti, costituisce una sorta di unicum: diviso in due parti, presenta una prima metà dedicata alla storia cronologica del cinema di fantascienza, dalle sue origini fino a Snowpiercer (l'ultimo film che siamo riusciti a inserire prima di consegnare il testo), divisa in tre parti, ognuna affidata a un diverso autore; così, Gian Filippo Pizzo si occupa del periodo che va dalle origini fino a tutti gli anni Cinquanta, Michele Tetro del trentennio Sessanta-Ottanta (fortunello... ha la parte più interessante, quella dei capolavori...) e io del periodo contemporaneo, dal Novanta a oggi.
In questo modo, i lettori possono farsi un'idea piuttosto approfondita (in alcuni casi, molto approfondita) dell'intera storia del cinema di fantascienza, attraverso tre stili di scrittura diversi, ma affini, capaci di combinarsi molto bene fra loro (ormai, scriviamo insieme da quindici anni, e si vede), ma al tempo stesso di differenziarsi in giudizi e preferenze.
Così, limitandomi a parlare della mia parte - che in gran parte non era stata precedentemente affrontata dalle nostre opere, visto che l'ultimo volume parzialmente assimilabile per contenuto si fermava al 2001 - ho potuto colpire senza peli sulla lingua tutte le magagne del nuovo cinema di fantascienza (il sottotitolo del mio capitolo recita "La morte dell'immaginazione"), la sua estrema ripetitività, il suo essere un mero trionfo di effettistica sempre più sbalorditiva, ma capace di lasciare lo spettatore a bocca aperta non tanto per la meraviglia, quanto per gli sbadigli. Ho potuto, in particolare, crocifiggere a ogni pié sospinto l'opera omnia di Roland Emmerich (tanto che il Perù lo ha fatto cittadino onorario per la quantità di guano con cui l'ho ricoperto), ma non solo.
Ovviamente, non ho solo sparato a zero sulla fuffa che imperversa nelle sale, ma ho anche adeguatamente incensato le poche pellicole meritevoli - ancor di più vista l'orribile concorrenza che li circonda e tende ad assimilare tutto il genere, in perfetto stile Borg (non Bjorn).
Questa prima parte è integrata da un gran numero di box, attraverso i quali abbiamo radunato alcuni argomenti che ci sembrava importante evidenziare: così ho potuto inserire parecchi spunti interessanti e curiosi, come i film tratti da videogioco o, il mio preferito, i presidenti americani nel cinema di fantascienza.
La seconda parte del volume, invece, è un'agile e piuttosto completa mini guida a schede sui registi, gli attori, i personaggi, gli sceneggiatori, i soggettisti, etc. di oltre un secolo di fantascienza sul grande schermo. Ci trovate di tutto, da Kubrick a Matheson, da Margheriti a Predator, da Christopher Nolan a Philip Dick, da Jena Plisken a Barbarella, a decine di altri.
Parte dell'ottima collana di saggistica Odoya, segue l'impostazione grafica del precedente Guida alla Letteratura di Fantascienza (volume cui non ho collaborato, ma che consigli caldamente a tutti gli appassionati - e anche ai non appassionati, che potrebbero diventarlo) ed è quindi riccamente illustrato, pur mantenendo un formato e un costo decisamente apprezzabili.
E a fine anno aspettatevi il nostro prossimo volume (che ci vedrà tutti e tre di nuovo in azione, accanto al validissimo Walter Catalano) per la medesima collana Odoya: Guida alla Letteratura Horror...

mercoledì 14 maggio 2014

Un film (ogni tanto): Snowpiercer

L'imminente uscita del nuovo volume della premiata ditta Chiavini/Pizzo/Tetro dedicato alla storia del cinema di fantascienza mi ha spinto a qualche visione aggiuntiva. Ecco quindi  che posso riprendere, saltuariamente, a postare qualche breve recensione di alcuni dei film di cui parliamo - più o meno lungamente - nel volume.
Iniziamo con quello che da alcuni critici è considerato il film di fantascienza più interessante dell'ultimo periodo: Snowpiercer.
Personalmente il film non mi ha convinto più di tanto: se ne sente troppo la derivazione fumettistica e possiede molti dei difetti (ma anche dei pregi, beninteso) del cinema fantastico europeo, in questo caso miscelato con prospettive asiatiche, che a mio personalissimo giudizio ne guastano la fruizione complessiva, caricandone il gusto di un esotismo prospettico che mi ha lasciato indifferente.
Certamente, il film è pieno di idee abbastanza innovative, a partire dallo scenario apocalittico dell'umanità costretta a vivere su di un solo treno in perenne movimento attraverso i cinque continenti su di un mondo completamente ricoperto dai ghiacci, ma già da qui se ne nota l'eccesso parodistico, l'improbabilità sardonica che ne caratterizza troppe scene, troppe situazioni.
Questa sorta di Titanic su rotaie, dove la classe più povera inscena una rivolta che vorrebbe portare il proprio leader a prendere il controllo della motrice, permette al regista di mettere sullo schermo tutti gli stereotipi del caso, che richiamano in primis Brazil di Gilliam, ma anche Accion Mutante di De la Iglesia e La città dei bimbi perduti di Caro (con più di una strizzatina d'occhio a veri capolavori dei primi anni Settanta, come I sopravvissuti - e in specie il Soylent verde)
In questa salita al Paradiso, attraverso tutta una serie di vagoni simili a gironi infernali, i protagonisti del film si trovano ad affrontare situazioni troppo spesso paradossali e caricaturali per riuscire a colpire nel profondo lo spettatore. Il film è, secondo me, totalmente privo di quella carica eversiva che poteva avere, ma si limita a presentare bozzetti, di qualità mutevole, prima di inaridirsi in un inutile discorso pre-conclusivo simil "Blade Runner" (forse è questo uno dei motivi dell'improprio accostamento fra le pellicole trovato da qualcuno dei critici evocati in precedenza) e trovare compimento in un finale tanto deludente, quanto probabilmente inevitabile.
Le righe precedenti, mi rendo conto, mostrano una mancanza di gradimento da parte del sottoscritto che è perfino superiore a quella realmente provata: in realtà, il film possiede delle sequenze senza dubbio di buon impatto, alcuni passaggi interessanti, e in definitiva si lascia guardare fino in fondo senza storcere eccessivamente il naso. C'è in effetti molto, molto di peggio. Solo che, mi aspettavo qualcosa di migliore.

martedì 3 dicembre 2013

Quando Equitalia incontra il Bardo: Repo Men

Nell'ambito dei recuperi cinematografici impostimi dai vari progetti editoriali in corso, l'altro giorno mi sono visto un film forzosamente truzzo, che merita qualche parola (anche per spiegare il titolo curioso di questo post).
Repo Men narra le vicende di un "recuperatore" di crediti del futuro prossimo venturo (ormai unanimente mostrato come negativo e distopico dalla cinematografia contemporanea), che lavora per una corporazione dedita alla produzione di organi vitali sintetici (cuore, pancreas, fegato, etc.), che vengono venduti ai clienti, con la clausola che, in caso di mancato pagamento entro 90 giorni dall'innesto, un "recuperatore" riprenderà l'organo dall'ospite umano, senza peritarsi di chiederne il permesso e quasi sempre con conseguenze letali per l'incauto acquirente.
Il nostro eroe (Jude Law) è uno dei migliori nel mestiere, ma per un sabotaggio orchestrato dal "miglior amico" (un buon Forrest Whitaker), finisce in coma e viene salvato soltanto grazie all'innesto di un cuore artificiale, generosamente venduto dalla corporazione stessa, nella persona del "capo" (un ottimo Liv Schrieber). Il recuperatore si troverà quindi ben presto - vista l'impossibilità di pagare l'esosa quantità di denaro richiesta dalla corporazione - a vestire i panni della preda e si troverà coinvolto in una moderatamente appassionante avventura, nel tentativo di arrivare a chiudere la pratica con il fisco, per così dire, senza rimetterci la vita. Finale a sorpresa (insomma, neppure poi tanto, dai), che evito di raccontare per chi volesse vederlo (si può buttar via il tempo in modo peggiore).
Come vedete, quindi, la trama richiama vagamente il Mercante di Venezia di Shakespeare, mentre le connessioni con Equitalia sono lampanti. Il film vivacchia un po' troppo per i miei gusti, indeciso su quale tonalità prendere, con numerose scene inutilmente splatter, francamente fumettistiche, qualche sequenza invero azzeccata (con un attore più truzzo di Law - tipo Diesel, tanto per buttare lì un nome che ci avrei visto bene - la sequenza del combattimento nel corridoio della corporazione poteva assurgere a top ten del genere, così come è visivamente accattivante la sequenza del combattimento nel laboratorio), e un senso di già visto di fondo che lascia galleggiare il prodotto in un mare magnum di fanta-azione dozzinale, che non guasta assaporare se si è dell'umore giusto (ieri lo ero solo in parte).
Ai prossimi consigli cinematografici (probabilmente datati, vista la fase di recupero per lavoro in cui sono immerso).

martedì 26 novembre 2013

Spazio cinematografico: Into Darkness e Last days on Mars

Un disastroso (in tutti i sensi) virus intestinale mi ha costretto a letto qualche giorno e ne ho approfittato per recuperare un po' il tempo perduto quanto a film di fantascienza da vedere.
Se Last Days on Mars - che tra l'altro da noi deve uscire - è un piuttosto modesto filmetto di zombie marziani fatto come se il tempo - dal punto di vista del cinema e degli effetti speciali - si fosse fermato ai telefilm di UFO (per dare due righe di trama, il film racconta di una missione spaziale su Marte che scopre la vita sotto forma di un terribile microbo che infetta via via gli scienziati della base e li elimina uno dopo l'altro in stile La Cosa o qualsiasi altro film simile ci sia stato prima e dopo) e non ci si rendesse conto che forse un racconto di dieci pagine - se non ci si aggiunge qualcosa - non può servire come struttura complessiva di un film di 90', risultando in uno spreco di cast e tempo dello spettatore, ben altra cosa si può dire di Star Trek: into Darkness, secondo capitolo del reboot della serie dell'Enterprise classica, con i "giovani" cloni degli eroi di una volta, firmato dall'irriverenza iconoclasta di J.J.Abrams, e attraversato di nostalgia del passato e impeti giovanilistici, che lo rendono, a mio parere, più che godibile anche dai fan talebani dell'originale.
La rilettura del "mito" di Khan - impersonato alla grande da "Holmes" Cumberbatch - è interessante, ma poteva essere sfruttata un po' meglio. Che l'attore poi rubi la scena alla grande a tutto il resto del cast è altrettanto evidente, e non necessariamente un male. Se alcune cose hanno lasciato francamente interdetto anche me (che non mi considero un talebano - se non per il fatto che Spock è e sarà sempre e solo Leonard Nimoy, e il 2.0 sarà appunto un 2.0 (o meglio, a mio giudizio, uno 0.2) come quasi ogni altro "clone" scelto per impersonare l'originale), il complesso del film è gradevole, alcune caratterizzazioni molto somiglianti all'originale (Urban e Pegg come Bones McCoy e Scotty su tutti quanti; perfino Pine come Kirk non è molto peggio dell'originale, e senz'altro attore migliore) e non vedo francamente l'ora di vedere se avremo altre "riletture" moderne di un vecchio mito per tutte le generazioni.