Che titolo, eh? Scritto da Arthur Leo Zagat e apparso sul solito numero di giugno/luglio 1939 di Horror Stories, questo lungo racconto non ha solo il titolo come lato positivo. Lo si può considerare un prototipo degli slasher anni Ottanta, per la sua ambientazione in un campeggio estivo lacustre per pargoli di famiglie molto ricche, ed è narrato tutto dal punto di vista dei pochi adulti che controllano gli oltre ottanta fanciulli durante la costosa vacanza.
La trama è presto detta: inquietanti risatine di neonato disturbano la quiete della tarda sera del campeggio, subito dopo iniziano a fioccare le morti e le sparizioni (fioccare è forse eccessivo... diciamo che ci sono - come in ogni slasher che si rispetti - numerosi red herrings). Alternando il punto di vista dei personaggi con una qual certa abilità, Zagat ci porta a un potenziale cataclisma (il ridacchiante demone fosforescente - che poi si rivelarà tutt'altra cosa - vola sopra le teste dei ragazzini radunati per gli incontri di pugilato serali - eh sì, pare che fosse questo un modo di mantenere la disciplina nei campi estivi del periodo... - subito dopo che sono state spente tutte le luci dall'anima nera dietro tutto l'intrigo), che si rivela però solo un intermezzo, prima del finale in cui c'è una minima concessione al lato pruriginoso dello shudder pulp (la minuta ma ben proporzionata Tiny, la rossa educatrice del campo, viene completamente denudata dal maniaco - che in realtà non lo è poi tanto - ma non ci sono dettagli violenti tipici del genere, come abbiamo visto in numerose occasioni) e poi una spiegazione un po' forzata degli eventi, al solito tutt'altro che sovrannaturali.
Ben scritto e ritmato, con un'ottima alternanza delle scene, il racconto è molto cinematografico, e non lento e ultra-aggettivato come molto del materiale che abbiamo letto negli scorsi mesi (dove si sente pesante l'influsso più deleterio dell'imitazione lovecraftiana), e potrebbe essere in effetti stato parzialmente utilizzato dagli sceneggiatori dei vari Venerdì 13 e compagnia.
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mercoledì 1 maggio 2013
giovedì 18 aprile 2013
Un pulp al giorno: Dead Hands seek my Bride!
Altro titolo meraviglioso per un'altra storia raccolta dal solito numero di gennaio/febbraio 1939 di Terror Tales, scritta da Dane Gregory (pseudonimo di Ormond Robbins, autore pulp abbastanza attivo per quasi un ventennio fra gli anni '30 e '50, con racconti di vario genere, dal giallo al western, con una predilezione per gli Shudder pulps, già incontrato nel nostro blog), che decisamente non regge alle premesse del titolo.
Si narra la vicenda di una giovane donna, che, scampata a uno stupro per opera dello scemo del villaggio (linciato dalla folla poco prima che potesse avere la meglio sulla ragazza), sogna ossessivamente la figura di Crazy Charlie, che secondo lei tornerà dalla tomba per completare lo scempio.
Portata dal marito, su consiglio medico, in una baita lontana nei boschi dello stato di Washington, viene effettivamente raggiunta dal folle tornato dalla tomba e salvata dal marito al termine di una lunga (troppo lunga, talmente lunga da diventare noiosa) sequenza di gioco gatto-topo nel buio della notte tempestosa del bosco e della baita montana. Il colpevole ovviamente è in carne e ossa (rarissamente le storie di Terror Tales ed epigoni sfociano realmente nel soprannaturale), il cugino del protagonista, artista spiantato che vuole vendicarsi dell'ingiustizia che lo ha visto privato di tutto da un padre spendaccione, mentre il cugino ha avuto ricchezza e una bellissima moglie.
Aldilà del fatto che la soluzione della vicenda arriva dentro il cervello del lettore non appena viene citato il suddetto cugino spiantato (ovvero dopo pochissime righe), il racconto è notevole come perfetto esempio di slasher ante litteram: sembra di muoversi in un film dei tardi anni Settanta, un precursore di Venerdì 13.
In questo il racconto, altrimenti dimenticabile, risulta molto interessante, segnalando ancora una volta la relativa modernità, anche per l'occhio odierno, di questi pulp da due soldi, che nascondono al loro interno della narrativa di genere ancora capace di suscitare quantomeno la curiosità antiquaria dei lettori di oggi, e meriterebbero di essere pubblicati anche in italiano (cosa che in qualche modo ci accingiamo a fare).
Si narra la vicenda di una giovane donna, che, scampata a uno stupro per opera dello scemo del villaggio (linciato dalla folla poco prima che potesse avere la meglio sulla ragazza), sogna ossessivamente la figura di Crazy Charlie, che secondo lei tornerà dalla tomba per completare lo scempio.
Portata dal marito, su consiglio medico, in una baita lontana nei boschi dello stato di Washington, viene effettivamente raggiunta dal folle tornato dalla tomba e salvata dal marito al termine di una lunga (troppo lunga, talmente lunga da diventare noiosa) sequenza di gioco gatto-topo nel buio della notte tempestosa del bosco e della baita montana. Il colpevole ovviamente è in carne e ossa (rarissamente le storie di Terror Tales ed epigoni sfociano realmente nel soprannaturale), il cugino del protagonista, artista spiantato che vuole vendicarsi dell'ingiustizia che lo ha visto privato di tutto da un padre spendaccione, mentre il cugino ha avuto ricchezza e una bellissima moglie.
Aldilà del fatto che la soluzione della vicenda arriva dentro il cervello del lettore non appena viene citato il suddetto cugino spiantato (ovvero dopo pochissime righe), il racconto è notevole come perfetto esempio di slasher ante litteram: sembra di muoversi in un film dei tardi anni Settanta, un precursore di Venerdì 13.
In questo il racconto, altrimenti dimenticabile, risulta molto interessante, segnalando ancora una volta la relativa modernità, anche per l'occhio odierno, di questi pulp da due soldi, che nascondono al loro interno della narrativa di genere ancora capace di suscitare quantomeno la curiosità antiquaria dei lettori di oggi, e meriterebbero di essere pubblicati anche in italiano (cosa che in qualche modo ci accingiamo a fare).
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