Vi dovevo un ultimo racconto per completare il numero di agosto/settembre 1938 di Horror Stories, di cui abbiamo ampiamente parlato negli ultimi giorni, ed ecco quindi un breve (fortunatamente) racconto di un autore facente parte anche della scuderia di Weird Tales, ovvero Mindret Lord.
La storiella è banalissima e non tiene assolutamente la distanza di tempo che ci separa dalla sua stesura: vi si narra di un riccone sul punto di diventare cieco cui un dottore trapianta gli occhi di un condannato a morte, un macellaio colto da deliri di follia, che ha ucciso la moglie credendola una pecora. Non sto neanche a dire come lo stesso avvenga al riccone, poco dopo aver ricevuto il trapianto.
Raccontino troppo telefonato per aver un minimo di senso al giorno d'oggi, che chiude (in)degnamente un numero della rivista inferiore alle attese, lontano dai migliori del genere.
Adesso una pausa, perché il mio lavoro per Radioarchives mi ha portato ancora una volta sui cieli della Francia del primo conflitto mondiale con G-8 e i suoi Battle Aces
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domenica 21 luglio 2013
giovedì 18 luglio 2013
Un pulp al giorno: Things that once were girls
Penultimo appuntamento con i racconti del numero di agosto settembre 1938 di Horror Stories, con uno dei peggiori racconti che mi sia capitato di leggere in uno degli shudder pulps, nonostante il titolo straordinario (e piuttosto fuorviante) e nonostante la storia sia praticamente l'epitome del genere.
Scritta da Donald Graham (pseudonimo di Donald Cormack, autore molto attivo nel genere in quegli anni), la vicenda, scritta malissimo, narra di una razza perduta di Aztechi, una città nascosta dietro una cascata nelle montagne messicane, e gli osceni rituali di tortura e morte che vi si svolgono, possibilmente ai danni di bellissime donne bianche. Fin qui, a parte la banalità della situazione più e più volte ritratta, nulla di strano; ma l'autore infarcisce il tutto in una sequenza di eventi demenziale, in personaggi usa e getta sfruttati nel modo più incomprensibile, in spiegazioni del cattivo di turno (che si capisce subito chi è) buttate là a metà della storia, redenzioni stile Innominato del tutto prive di fondamento, insomma, un coacervo di spazzatura, tinteggiato da scene di tortura e nudità femminili tipiche del genere - e forse, malauguratamente, unico punto di forza, se si vuol dir così, del racconto, almeno capace di calarlo a pieno titolo nella rivista di cui fa parte.
Una vera delusione
Scritta da Donald Graham (pseudonimo di Donald Cormack, autore molto attivo nel genere in quegli anni), la vicenda, scritta malissimo, narra di una razza perduta di Aztechi, una città nascosta dietro una cascata nelle montagne messicane, e gli osceni rituali di tortura e morte che vi si svolgono, possibilmente ai danni di bellissime donne bianche. Fin qui, a parte la banalità della situazione più e più volte ritratta, nulla di strano; ma l'autore infarcisce il tutto in una sequenza di eventi demenziale, in personaggi usa e getta sfruttati nel modo più incomprensibile, in spiegazioni del cattivo di turno (che si capisce subito chi è) buttate là a metà della storia, redenzioni stile Innominato del tutto prive di fondamento, insomma, un coacervo di spazzatura, tinteggiato da scene di tortura e nudità femminili tipiche del genere - e forse, malauguratamente, unico punto di forza, se si vuol dir così, del racconto, almeno capace di calarlo a pieno titolo nella rivista di cui fa parte.
Una vera delusione
Un pulp al giorno: School for the Dying
Il solito numero di agosto-settembre 1938 di Horror Stories ci regala oggi un mystery vero e proprio, con minime tracce di horror e sesso, per poter rientrare nei canoni consueti della rivista. In effetti, sono talmente minimi che un racconto del genere avrebbe potuto trovare ospitalità anche in pulp come Black Mask o Dime Detective.
Scritto da Julius Long (già visto in precedenza e autore molto prolifico nel periodo su questo tipo di riviste), è un racconto piuttosto scialbo e monotono, piatto e scontato, imperniato sulla morte per acido dalla doccia di un gruppo di studentesse di un prestigioso college altolocato, che rischia l'inevitabile chiusura per mancanza di iscrizioni dopo un fatto del genere, e tutta l'arzigogolata e improbabile vicenda vede uno degli insegnanti di chimica coinvolto nel cercare di salvarsi dall'infamante accusa di essere il killer dell'acido, mentre in realtà l'artefice del misfatto è lo stesso anziano preside dell'isituto. Nel frattempo il nostro "eroe" troverà anche modo di innamorarsi (ovviamente ricambiato) dalla gelida e precedentemente odiata segretaria del preside.
Scritto controvoglia e malamente sviluppato, il racconto mostra le peggiori pecche del genere, mancando quasi totalmente delle scene voyeuristiche insite negli shudder pulps, ma al contempo anche di una qualsiasi trama plausibile in un mystery vero e proprio (quale vorrebbe essere), risultando in un caotico affastellarsi di eventi che l'autore poi si vede costretto a spiegare al lettore in una sequenza insolitamente lunga e tediosa e non priva di possibili contraddizioni.
Deludente, quindi, ed è un peccato perché Long in precedenza ci era piaciuto anche molto.
Scritto da Julius Long (già visto in precedenza e autore molto prolifico nel periodo su questo tipo di riviste), è un racconto piuttosto scialbo e monotono, piatto e scontato, imperniato sulla morte per acido dalla doccia di un gruppo di studentesse di un prestigioso college altolocato, che rischia l'inevitabile chiusura per mancanza di iscrizioni dopo un fatto del genere, e tutta l'arzigogolata e improbabile vicenda vede uno degli insegnanti di chimica coinvolto nel cercare di salvarsi dall'infamante accusa di essere il killer dell'acido, mentre in realtà l'artefice del misfatto è lo stesso anziano preside dell'isituto. Nel frattempo il nostro "eroe" troverà anche modo di innamorarsi (ovviamente ricambiato) dalla gelida e precedentemente odiata segretaria del preside.
Scritto controvoglia e malamente sviluppato, il racconto mostra le peggiori pecche del genere, mancando quasi totalmente delle scene voyeuristiche insite negli shudder pulps, ma al contempo anche di una qualsiasi trama plausibile in un mystery vero e proprio (quale vorrebbe essere), risultando in un caotico affastellarsi di eventi che l'autore poi si vede costretto a spiegare al lettore in una sequenza insolitamente lunga e tediosa e non priva di possibili contraddizioni.
Deludente, quindi, ed è un peccato perché Long in precedenza ci era piaciuto anche molto.
martedì 16 luglio 2013
Un pulp al giorno: I paint only death
Il racconto pulp di oggi, sempre dalle pagine del numero di agosto/settembre 1938 di Horror Stories, appartiene a uno scrittore che viene reputato uno dei grandi della fantascienza delle origini, quel Ray Cummings, autore di numerose incursioni nei mondi dell'infinitamente piccolo, che sono state pubblicate anche nel nostro paese, in particolare dalla casa editrice Libra.
In realtà Cummings ha scritto racconti dei generi più diversi, e non ha disdegnato incursioni anche nell'horror, e più in particolare negli shudder pulps.
Questo racconto sembra un classico episodio televisivo dei primi anni Sessanta, se non fosse per il sesso e il sangue che lascia uscire a ogni capoverso. Narra la vicenda di un brillante pittore di nudi femminili, che, a causa della maledizione lanciatagli da una sua ex-modella di cui ha rifiutato le avances, è convinto che ogni quadro che porti a compimento comporti la morte della modella ritratta. Sostanziata dalle morti, apparentemente dovute ad abusi di sostanze stupefacenti e incidenti stradali, di due sue ex modelle, l'uomo decide di non impugnare mai più un pennello per dipingere, ma poi, l'incontro con una donna affascinante che in breve tempo diventa sua moglie (dall'improbabile nome di Anitra), lo spinge a tornare sui propri passi. Convinto anche dalle continue insistenze di un amico produttore di stampe artistiche, l'uomo accetta di dipingere la moglie e sfidare la maledizione... riuscirà a prevalere, scoprendo altresì il folle piano dell'amico produttore.
Costruito molto bene nella prima parte, con il crescendo della maledizione e dello scivolamento nella follia del pittore, con vivide e sensuali descrizioni dell'appagamento sessuale e artistico dell'artista al lavoro, il racconto perde molta della sua forza nello scialbo finale, con il classico venir meno di ogni elemento sovrannaturale, e la sostituzione con un banalissimo complotto di gelosa vendetta del mentecatto di turno.
Resta leggibile, come ottimo esempio della media dei racconti del periodo, forse con un livello letterario un filo più alto nella prima parte, prima di scadere nel trito e ritrito.
In realtà Cummings ha scritto racconti dei generi più diversi, e non ha disdegnato incursioni anche nell'horror, e più in particolare negli shudder pulps.
Questo racconto sembra un classico episodio televisivo dei primi anni Sessanta, se non fosse per il sesso e il sangue che lascia uscire a ogni capoverso. Narra la vicenda di un brillante pittore di nudi femminili, che, a causa della maledizione lanciatagli da una sua ex-modella di cui ha rifiutato le avances, è convinto che ogni quadro che porti a compimento comporti la morte della modella ritratta. Sostanziata dalle morti, apparentemente dovute ad abusi di sostanze stupefacenti e incidenti stradali, di due sue ex modelle, l'uomo decide di non impugnare mai più un pennello per dipingere, ma poi, l'incontro con una donna affascinante che in breve tempo diventa sua moglie (dall'improbabile nome di Anitra), lo spinge a tornare sui propri passi. Convinto anche dalle continue insistenze di un amico produttore di stampe artistiche, l'uomo accetta di dipingere la moglie e sfidare la maledizione... riuscirà a prevalere, scoprendo altresì il folle piano dell'amico produttore.
Costruito molto bene nella prima parte, con il crescendo della maledizione e dello scivolamento nella follia del pittore, con vivide e sensuali descrizioni dell'appagamento sessuale e artistico dell'artista al lavoro, il racconto perde molta della sua forza nello scialbo finale, con il classico venir meno di ogni elemento sovrannaturale, e la sostituzione con un banalissimo complotto di gelosa vendetta del mentecatto di turno.
Resta leggibile, come ottimo esempio della media dei racconti del periodo, forse con un livello letterario un filo più alto nella prima parte, prima di scadere nel trito e ritrito.
domenica 14 luglio 2013
Un pulp al giorno: Madman's Merry-go-round
Secondo racconto del numero in esame di Horror Stories, agosto-settembre 1938, una breve storiella che sembra anticipare (se non per l'eccesso di sessualità, che ne sarebbe stata sicuramente evinta) gli episodi televisivi delle prime stagioni di Twilight zone.
Scritto da uno dei più attivi autori pulp degli shudder pulps, Donald Dale, Madman's Merry-go-round possiede tutto il fascino incoerente della media dei racconti di queste riviste: trama piena di buchi nonostante la sua brevità, personaggi poco più che macchietta, pulsioni ormonali adolescenziali alla massima potenza. Vi si narra di una strana giostra da luna park (setting oltremodo classico di buona parte dell'horror del periodo della Depressione) formata da un corteo di satiri e ninfe, condotta da uno strano individuo dall'aspetto e dal nome ieratico (Ariestes), e della curiosa presenza di un satiro in più rispetto alle prede dei suoi corteggiamenti: una tredicesima statua che sembra quasi avere vita. Il protagonista, curatore del carnival per conto della fidanzata, figlia del recentemente defunto proprietario dello spettacolo viaggiante, decide di far allontanare la giostra dal convoglio, perché distrae troppi spettatori dalle altre attrazioni.
Ma nonostante questo, una serie di delitti e sparizioni di belle donne segue all'allontamento e tracce di zoccoli di satiro sono vicini al luogo del delitto. La stessa Molly, fidanzata del protagonista, sparisce e viene presto ritrovata prigioniera del satiro e di Ariestes, legata alla ruota della giostra stessa e fatta girare a folle velocità, con la speranza di ucciderla con la forza centrifuga. Il piano fallirà e si scoprirà come l'artifice del progetto fosse il cugino di Molly, rimasto unico erede dello spettacolo in caso di dipartita della suddetta...
Molto calcato sul piano del voyeurismo sessuale, il racconto rientra a pieno titolo negli shudder pulps, con i suoi connotati violenti e misogini accentuati a dismisura, ma resta un esempio mediocre di un genere che ha dato molto di meglio - pur nella pochezza di spessore della gran quantità delle sue trame.
Scritto da uno dei più attivi autori pulp degli shudder pulps, Donald Dale, Madman's Merry-go-round possiede tutto il fascino incoerente della media dei racconti di queste riviste: trama piena di buchi nonostante la sua brevità, personaggi poco più che macchietta, pulsioni ormonali adolescenziali alla massima potenza. Vi si narra di una strana giostra da luna park (setting oltremodo classico di buona parte dell'horror del periodo della Depressione) formata da un corteo di satiri e ninfe, condotta da uno strano individuo dall'aspetto e dal nome ieratico (Ariestes), e della curiosa presenza di un satiro in più rispetto alle prede dei suoi corteggiamenti: una tredicesima statua che sembra quasi avere vita. Il protagonista, curatore del carnival per conto della fidanzata, figlia del recentemente defunto proprietario dello spettacolo viaggiante, decide di far allontanare la giostra dal convoglio, perché distrae troppi spettatori dalle altre attrazioni.
Ma nonostante questo, una serie di delitti e sparizioni di belle donne segue all'allontamento e tracce di zoccoli di satiro sono vicini al luogo del delitto. La stessa Molly, fidanzata del protagonista, sparisce e viene presto ritrovata prigioniera del satiro e di Ariestes, legata alla ruota della giostra stessa e fatta girare a folle velocità, con la speranza di ucciderla con la forza centrifuga. Il piano fallirà e si scoprirà come l'artifice del progetto fosse il cugino di Molly, rimasto unico erede dello spettacolo in caso di dipartita della suddetta...
Molto calcato sul piano del voyeurismo sessuale, il racconto rientra a pieno titolo negli shudder pulps, con i suoi connotati violenti e misogini accentuati a dismisura, ma resta un esempio mediocre di un genere che ha dato molto di meglio - pur nella pochezza di spessore della gran quantità delle sue trame.
sabato 13 luglio 2013
Un pulp al giorno: Satan's five Days
Ah, che bello tornare dopo una pausa abbastanza lunga, alle solite stupide assurdità degli shudder pulps e alla morbosità adolescenziale che massimamente li caratterizza!
Stavolta ci occupiamo del numero di agosto/settembre del 1938 della mitica Horror Stories, e il primo racconto scelto per la nostra analisi è Satan's Five Days, scritto da Henry Treat Sperry (autore estramente prolifico nel decennio della Grande Depressione, in campi alquanto variegati, ma principalmente negli shudder pulps, appunto). La trama è presto detto: alcune zone sperdute del profondo nord degli Stati Uniti, prima nello stato di Washington, poi nel Montana, sono letteralmente spazzate via da una misteriosa ondata distruttiva che elimina completamente ogni forma di vita, animale o vegetale, dalla zona colpita, lasciando soltanto le ossa dei cadaveri. L'azione si ripete ogni sera su scala sempre più vasta e ogni volta dei messaggi lasciati da curiosi araldi che subito muoiono suicidi invitano il governo statunitense e tutte le autorità federali alle dimissioni di massa, per lasciare posto al nuovo governo dell'Imperatore del Mondo.
Un ranger forestale, Pete Long, si trova coinvolto nella vicenda, scopre casualmente il covo del Frate Nero (così si fa chiamare il sedicente nuovo sovrano mondiale, uno straniero - probabilmente medio-orientale dalla descrizione sommaria che ne viene data - curioso particolare su cui torneremo in seguito) e anche che la devastazione è provocata da miliardi di strane formiche corazzate; sfuggito alla cattura una prima volta, il ranger viene preso una seconda volta quando cerca di salvare la ragazza che ama, ma, grazie a un prodotto contro le vespe che casualmente portava in tasca, riesce a isolare il proprio corpo e quello della compagna dalla minaccia delle formiche, respinte dall'odore, e con la collaborazione del completamente demente Frate Nero (che, temendo che l'uomo possa liberarsi dalla vasca di vetro contenente le formiche assassine dove era stato gettato con la ragazza, non pensa di meglio che sparargli, mandando in frantumi l'unica parete che lo divideva dalla morte immediata, che puntuale si verifica). Una medaglia al merito per l'eroico ranger chiude l'inaudita e improbabile vicenda.
Aldilà delle incongruenze di trama, alla faciloneria con cui tutto quanto si svolge, alla demenzialità del comportamento di buona parte dei personaggi, la storia contiene in sé tutto quanto rende "pulp" la narrativa pulp, nella sua totale e ingenua follia.
E' estremamente curiosa per la scelta dell'avversario (probabilmente un medio-orientale, appunto) e per il monito che la sottende, esplicitato dalle parole finali del Presidente, verso un'organizzazione terrorista che si nasconde all'interno stesso del Paese, dormiente da tempo ma sempre pronta a colpire contro il Difensori della Libertà. Retorica a iosa, ovviamente, negli anni immediatamente precedenti il secondo conflitto mondiale, ma strani, quasi strabilianti presagi di quanto sarebbe successo oltre settant'anni dopo.
Due parole sull'aspetto più propriamente "shudder" del racconto: se la minaccia delle formiche assassine sembra banale e poco probabile (la spiegazione di come funzioni il meccanismo per farle funzionare a comando per brevi periodi di tempo è alquanto labile e fumosa), mi lascia indubbiamente perplesso il fatto di scoprirvi clamorosi punti di raccordo con un mio racconto inedito risalente al 1983, intitolato appunto "Formiche" e, straordinariamente, ambientato nel Montana... che il fantasma di Treat Sperry si muovesse in me a mia insaputa?
Stavolta ci occupiamo del numero di agosto/settembre del 1938 della mitica Horror Stories, e il primo racconto scelto per la nostra analisi è Satan's Five Days, scritto da Henry Treat Sperry (autore estramente prolifico nel decennio della Grande Depressione, in campi alquanto variegati, ma principalmente negli shudder pulps, appunto). La trama è presto detto: alcune zone sperdute del profondo nord degli Stati Uniti, prima nello stato di Washington, poi nel Montana, sono letteralmente spazzate via da una misteriosa ondata distruttiva che elimina completamente ogni forma di vita, animale o vegetale, dalla zona colpita, lasciando soltanto le ossa dei cadaveri. L'azione si ripete ogni sera su scala sempre più vasta e ogni volta dei messaggi lasciati da curiosi araldi che subito muoiono suicidi invitano il governo statunitense e tutte le autorità federali alle dimissioni di massa, per lasciare posto al nuovo governo dell'Imperatore del Mondo.
Un ranger forestale, Pete Long, si trova coinvolto nella vicenda, scopre casualmente il covo del Frate Nero (così si fa chiamare il sedicente nuovo sovrano mondiale, uno straniero - probabilmente medio-orientale dalla descrizione sommaria che ne viene data - curioso particolare su cui torneremo in seguito) e anche che la devastazione è provocata da miliardi di strane formiche corazzate; sfuggito alla cattura una prima volta, il ranger viene preso una seconda volta quando cerca di salvare la ragazza che ama, ma, grazie a un prodotto contro le vespe che casualmente portava in tasca, riesce a isolare il proprio corpo e quello della compagna dalla minaccia delle formiche, respinte dall'odore, e con la collaborazione del completamente demente Frate Nero (che, temendo che l'uomo possa liberarsi dalla vasca di vetro contenente le formiche assassine dove era stato gettato con la ragazza, non pensa di meglio che sparargli, mandando in frantumi l'unica parete che lo divideva dalla morte immediata, che puntuale si verifica). Una medaglia al merito per l'eroico ranger chiude l'inaudita e improbabile vicenda.
Aldilà delle incongruenze di trama, alla faciloneria con cui tutto quanto si svolge, alla demenzialità del comportamento di buona parte dei personaggi, la storia contiene in sé tutto quanto rende "pulp" la narrativa pulp, nella sua totale e ingenua follia.
E' estremamente curiosa per la scelta dell'avversario (probabilmente un medio-orientale, appunto) e per il monito che la sottende, esplicitato dalle parole finali del Presidente, verso un'organizzazione terrorista che si nasconde all'interno stesso del Paese, dormiente da tempo ma sempre pronta a colpire contro il Difensori della Libertà. Retorica a iosa, ovviamente, negli anni immediatamente precedenti il secondo conflitto mondiale, ma strani, quasi strabilianti presagi di quanto sarebbe successo oltre settant'anni dopo.
Due parole sull'aspetto più propriamente "shudder" del racconto: se la minaccia delle formiche assassine sembra banale e poco probabile (la spiegazione di come funzioni il meccanismo per farle funzionare a comando per brevi periodi di tempo è alquanto labile e fumosa), mi lascia indubbiamente perplesso il fatto di scoprirvi clamorosi punti di raccordo con un mio racconto inedito risalente al 1983, intitolato appunto "Formiche" e, straordinariamente, ambientato nel Montana... che il fantasma di Treat Sperry si muovesse in me a mia insaputa?
mercoledì 1 maggio 2013
Un pulp al giorno: Summer Camp for Corpses
Che titolo, eh? Scritto da Arthur Leo Zagat e apparso sul solito numero di giugno/luglio 1939 di Horror Stories, questo lungo racconto non ha solo il titolo come lato positivo. Lo si può considerare un prototipo degli slasher anni Ottanta, per la sua ambientazione in un campeggio estivo lacustre per pargoli di famiglie molto ricche, ed è narrato tutto dal punto di vista dei pochi adulti che controllano gli oltre ottanta fanciulli durante la costosa vacanza.
La trama è presto detta: inquietanti risatine di neonato disturbano la quiete della tarda sera del campeggio, subito dopo iniziano a fioccare le morti e le sparizioni (fioccare è forse eccessivo... diciamo che ci sono - come in ogni slasher che si rispetti - numerosi red herrings). Alternando il punto di vista dei personaggi con una qual certa abilità, Zagat ci porta a un potenziale cataclisma (il ridacchiante demone fosforescente - che poi si rivelarà tutt'altra cosa - vola sopra le teste dei ragazzini radunati per gli incontri di pugilato serali - eh sì, pare che fosse questo un modo di mantenere la disciplina nei campi estivi del periodo... - subito dopo che sono state spente tutte le luci dall'anima nera dietro tutto l'intrigo), che si rivela però solo un intermezzo, prima del finale in cui c'è una minima concessione al lato pruriginoso dello shudder pulp (la minuta ma ben proporzionata Tiny, la rossa educatrice del campo, viene completamente denudata dal maniaco - che in realtà non lo è poi tanto - ma non ci sono dettagli violenti tipici del genere, come abbiamo visto in numerose occasioni) e poi una spiegazione un po' forzata degli eventi, al solito tutt'altro che sovrannaturali.
Ben scritto e ritmato, con un'ottima alternanza delle scene, il racconto è molto cinematografico, e non lento e ultra-aggettivato come molto del materiale che abbiamo letto negli scorsi mesi (dove si sente pesante l'influsso più deleterio dell'imitazione lovecraftiana), e potrebbe essere in effetti stato parzialmente utilizzato dagli sceneggiatori dei vari Venerdì 13 e compagnia.
La trama è presto detta: inquietanti risatine di neonato disturbano la quiete della tarda sera del campeggio, subito dopo iniziano a fioccare le morti e le sparizioni (fioccare è forse eccessivo... diciamo che ci sono - come in ogni slasher che si rispetti - numerosi red herrings). Alternando il punto di vista dei personaggi con una qual certa abilità, Zagat ci porta a un potenziale cataclisma (il ridacchiante demone fosforescente - che poi si rivelarà tutt'altra cosa - vola sopra le teste dei ragazzini radunati per gli incontri di pugilato serali - eh sì, pare che fosse questo un modo di mantenere la disciplina nei campi estivi del periodo... - subito dopo che sono state spente tutte le luci dall'anima nera dietro tutto l'intrigo), che si rivela però solo un intermezzo, prima del finale in cui c'è una minima concessione al lato pruriginoso dello shudder pulp (la minuta ma ben proporzionata Tiny, la rossa educatrice del campo, viene completamente denudata dal maniaco - che in realtà non lo è poi tanto - ma non ci sono dettagli violenti tipici del genere, come abbiamo visto in numerose occasioni) e poi una spiegazione un po' forzata degli eventi, al solito tutt'altro che sovrannaturali.
Ben scritto e ritmato, con un'ottima alternanza delle scene, il racconto è molto cinematografico, e non lento e ultra-aggettivato come molto del materiale che abbiamo letto negli scorsi mesi (dove si sente pesante l'influsso più deleterio dell'imitazione lovecraftiana), e potrebbe essere in effetti stato parzialmente utilizzato dagli sceneggiatori dei vari Venerdì 13 e compagnia.
lunedì 29 aprile 2013
Un pulp al giorno: Lady of the Yellow Death
Sempre dalle pagine del numero di giugno luglio del 1939 di Horror Stories ecco un "horror" storico, scritto da una delle grandi firme del periodo, Wyatt Blassingame, già apparso su queste pagine.
La vicenda, ambientata a New Orleans nel 1802, quando la Louisiana apparteneva ancora alla Francia, ci porta nel bel mezzo di un'epidemia di colera, e riguarda un intrigo orchestrato da un nobile francese per assicurarsi il futuro stato americano come piccolo regno personale, comprandolo direttamente da Napoleone. Un giovane locale e la sua ricca fidanzata inglese finiscono nel mezzo dell'intrigo, con una bellissima pellorossa lebbrosa che sembra spargare la malattia, un diabolico prelato preda di deliranti visioni morte per celebrare un finto matrimonio, e la morte e l'epidemia che aleggiano su tutto, rendendo la peste del Manzoni quasi una passeggiata.
Quasi esclusivamente basato sulle descrizioni, in perfetto stile lovecraftiano, il racconto direi che tiene dignitosamente anche a una lettura odierna, e il fascino dell'ambientazione - New Orleans è da sempre una delle città americane che più attraggano gli scrittori dell'orrore e del mistero - prevale sulla scarsa attendibilità della vicenda e la banalità della trama.
Altro buon esempio di shudder pulp del periodo, con l'elemento sadico praticamente assente, mentre prevale una qual certa sensualità malata - specialmente nella figura della pellerossa portatrice di morte - che ci ha ricordato numerose, affascinanti vampire della pagina e dello schermo.
La vicenda, ambientata a New Orleans nel 1802, quando la Louisiana apparteneva ancora alla Francia, ci porta nel bel mezzo di un'epidemia di colera, e riguarda un intrigo orchestrato da un nobile francese per assicurarsi il futuro stato americano come piccolo regno personale, comprandolo direttamente da Napoleone. Un giovane locale e la sua ricca fidanzata inglese finiscono nel mezzo dell'intrigo, con una bellissima pellorossa lebbrosa che sembra spargare la malattia, un diabolico prelato preda di deliranti visioni morte per celebrare un finto matrimonio, e la morte e l'epidemia che aleggiano su tutto, rendendo la peste del Manzoni quasi una passeggiata.
Quasi esclusivamente basato sulle descrizioni, in perfetto stile lovecraftiano, il racconto direi che tiene dignitosamente anche a una lettura odierna, e il fascino dell'ambientazione - New Orleans è da sempre una delle città americane che più attraggano gli scrittori dell'orrore e del mistero - prevale sulla scarsa attendibilità della vicenda e la banalità della trama.
Altro buon esempio di shudder pulp del periodo, con l'elemento sadico praticamente assente, mentre prevale una qual certa sensualità malata - specialmente nella figura della pellerossa portatrice di morte - che ci ha ricordato numerose, affascinanti vampire della pagina e dello schermo.
domenica 28 aprile 2013
Un pulp al giorno: Bride of the Red Hate
Il pulp di oggi è una storiellina piuttosto divertente, nella sua scialba sciatteria; sempre tratta dal numero di giugno/luglio 1939 di Horror Stories, è scritta da Donald Dale, altro autore specialista di Mystery e Shudder Pulps, già incontrato in precedenza su queste pagine.
La vicenda ruota attorno a un'antica maledizione di una nobile casata scozzese, secondo la quale un demone dell'inferno (mirabilmente catturato in un dipinto presente nella magione di famiglia) arriva per uccidere tutte le mogli non scozzesi dei rampolli della stirpe. E' quello che accade anche alla nostra protagonista, fresca sposina dell'ultimo erede della famiglia, che arriva con la sorella per risistemare il castello su Long Island. Il demone esiste davvero? La spiegazione razionale è che si tratti di un nemmeno troppo ben elaborato piano di una banda di falsari, che hanno intenzione di sfruttare la tenuta e di inviare il novello sposo alla ricerca frenetica della moglie in giro per il mondo (dopo una sua finta lettera d'addio), ma la scomparsa dell'attore che avrebbe dovuto impersonare il demone - e che poi avrebbe detto di essere il vero demone - lascia spazio a dubbi sia nei protagonisti che nei lettori.
Tra gli shudder pulp che ci è capitato di leggere, questo è uno degli esempi più truci, con tanto di cadavere di donna sventrato e gettato nell'acido, oltre alle solite descrizioni di donne in fuga coperte solo di vestiti strappati o trasparenti sottovesti, e alle solite scene di bondage, fra tortura e solleticazioni sessuali. Nella media del periodo, piuttosto debole però nella trama.
La vicenda ruota attorno a un'antica maledizione di una nobile casata scozzese, secondo la quale un demone dell'inferno (mirabilmente catturato in un dipinto presente nella magione di famiglia) arriva per uccidere tutte le mogli non scozzesi dei rampolli della stirpe. E' quello che accade anche alla nostra protagonista, fresca sposina dell'ultimo erede della famiglia, che arriva con la sorella per risistemare il castello su Long Island. Il demone esiste davvero? La spiegazione razionale è che si tratti di un nemmeno troppo ben elaborato piano di una banda di falsari, che hanno intenzione di sfruttare la tenuta e di inviare il novello sposo alla ricerca frenetica della moglie in giro per il mondo (dopo una sua finta lettera d'addio), ma la scomparsa dell'attore che avrebbe dovuto impersonare il demone - e che poi avrebbe detto di essere il vero demone - lascia spazio a dubbi sia nei protagonisti che nei lettori.
Tra gli shudder pulp che ci è capitato di leggere, questo è uno degli esempi più truci, con tanto di cadavere di donna sventrato e gettato nell'acido, oltre alle solite descrizioni di donne in fuga coperte solo di vestiti strappati o trasparenti sottovesti, e alle solite scene di bondage, fra tortura e solleticazioni sessuali. Nella media del periodo, piuttosto debole però nella trama.
venerdì 26 aprile 2013
Un pulp al giorno: The woman who killed for Satan
Passiamo al numero giugno-luglio 1939 di Horror Stories per il racconto odierno, un perfetto esempio di shudder pulps deteriore scritto da Francis James, che già abbiamo incontrato su queste pagine.
La vicenda, assolutamente assurda e improbabile, come quasi tutte le storie narrate su questi pulp, è ancora narrata in prima persona dal protagonista, la cui bellissima moglie cade vittima del fascino diabolico di un predicatore folle, una sorta di novello Rasputin che invoca la punizione divina sulle persone empie, e che, dopo aver fatto denudare delle bellissime donne, le porta a uccidere, con del fuoco magico proveniente dalle loro mani, gli uomini che le hanno seguite, attirati dal desiderio sessuale. Come al solito, la spiegazione finale verte tutta su di un diabolico complotto per avidità e desiderio sessuale (uno degli amici del protagonista vuole a tutti costi averne la moglie e, non potendo ottenerla in modo più o meno onesto, ricorre alle droghe e all'ipnosi), ma è straordinariamente poco coerente, e l'intera baracconata sfugge decisamente di mano allo scrittore, non al meglio della forma.
Restano gli elementi tipici del racconto horror del periodo: nudità gratuite, forse meno elementi sado-masochisti del consueto - comunque presenti - il sesso e il denaro come motori ultimi di tutta la vicenda.
Deludente, ma nella media di un genere che con il passare degli anni (siamo ormai sul finire degli anni Trenta) aveva esaurito gran parte dello spirito anarchico e iconoclasta che ne animava gli inizi, e si apprestava a finire nel dimenticatoio.
La vicenda, assolutamente assurda e improbabile, come quasi tutte le storie narrate su questi pulp, è ancora narrata in prima persona dal protagonista, la cui bellissima moglie cade vittima del fascino diabolico di un predicatore folle, una sorta di novello Rasputin che invoca la punizione divina sulle persone empie, e che, dopo aver fatto denudare delle bellissime donne, le porta a uccidere, con del fuoco magico proveniente dalle loro mani, gli uomini che le hanno seguite, attirati dal desiderio sessuale. Come al solito, la spiegazione finale verte tutta su di un diabolico complotto per avidità e desiderio sessuale (uno degli amici del protagonista vuole a tutti costi averne la moglie e, non potendo ottenerla in modo più o meno onesto, ricorre alle droghe e all'ipnosi), ma è straordinariamente poco coerente, e l'intera baracconata sfugge decisamente di mano allo scrittore, non al meglio della forma.
Restano gli elementi tipici del racconto horror del periodo: nudità gratuite, forse meno elementi sado-masochisti del consueto - comunque presenti - il sesso e il denaro come motori ultimi di tutta la vicenda.
Deludente, ma nella media di un genere che con il passare degli anni (siamo ormai sul finire degli anni Trenta) aveva esaurito gran parte dello spirito anarchico e iconoclasta che ne animava gli inizi, e si apprestava a finire nel dimenticatoio.
lunedì 25 marzo 2013
Un pulp al giorno: Mistress of the Beast
Pesco ancora dalle pagine del primo numero di Horror Stories per questo racconto di Arthur Leo Zagat (autore molto celebre negli anni Trenta nei campi più disparati, che avevamo già incontrato nel nostro cammino di questo blog), che riprende e aggiorna il mito di Circe.
Un gruppo di cacciatori si perde all'interno di una pericolosa palude e si trova a dover passare la notte su di un'isoletta circondata da una sinistra fama, in quanto è impossibile trovare la strada fuori dal luogo se non quando i raggi del sole avranno allontanato la fitta nebbia delle tenebre notturne. Il gruppo è formato da quattro adulti e un ragazzino (il narratore), che trascorre la notte preda del delirio febbrile. Nel corso della notte, però, i quattro uomini, a causa del patto scellerato di uno di loro con una specie di strega maligna dall'aspetto di giovane ninfa, troveranno ognuno un orrendo destino, trasformati in porci e costretti ad annegare nelle acque limacciose della palude. Anche l'uomo che aveva attirato i compagni nella trappola, per rispettare il patto che aveva stretto con l'entità maligna, alla fine si concederà alla strega e morirà come gli altri, pur di salvare la vita del giovane e incolpevole adolescente.
Discretamente scritto e decisamente meno soffocato dal sadismo e dalla perversa prurigine che imperversa negli altri scritti del periodo e del genere, il racconto soffre di troppi punti non adeguatamente spiegati e di una trama piuttosto derivativa e datata. Si lascia comunque leggere senza troppi rimpianti.
Un gruppo di cacciatori si perde all'interno di una pericolosa palude e si trova a dover passare la notte su di un'isoletta circondata da una sinistra fama, in quanto è impossibile trovare la strada fuori dal luogo se non quando i raggi del sole avranno allontanato la fitta nebbia delle tenebre notturne. Il gruppo è formato da quattro adulti e un ragazzino (il narratore), che trascorre la notte preda del delirio febbrile. Nel corso della notte, però, i quattro uomini, a causa del patto scellerato di uno di loro con una specie di strega maligna dall'aspetto di giovane ninfa, troveranno ognuno un orrendo destino, trasformati in porci e costretti ad annegare nelle acque limacciose della palude. Anche l'uomo che aveva attirato i compagni nella trappola, per rispettare il patto che aveva stretto con l'entità maligna, alla fine si concederà alla strega e morirà come gli altri, pur di salvare la vita del giovane e incolpevole adolescente.
Discretamente scritto e decisamente meno soffocato dal sadismo e dalla perversa prurigine che imperversa negli altri scritti del periodo e del genere, il racconto soffre di troppi punti non adeguatamente spiegati e di una trama piuttosto derivativa e datata. Si lascia comunque leggere senza troppi rimpianti.
domenica 24 marzo 2013
Un pulp al giorno: Music of the damned
Beh, ormai in effetti il titolo non ha più molto senso, visto la iato temporale intercorso dal mio ultimo post sul tema, ma riprendiamo con cadenza da decidere, una rubrica che mi diverto molto a fare. E ripartiamo con il primo numero di un altro degli shudder pulps divenuti epici della metà degli anni Trenta del secolo scorso: Horror Stories. E il primo racconto del primo numero è questo breve romanzo avventuroso, venato di sadismo, più che di soprannaturale, dovuto alla penna di Francis James, pseudonimo di James Goldwaithe, autore pulp uscito già nei primi anni venti, ma esploso proprio con gli shudder pulps, Terror Tales e Horror Stories in primis.
La vicenda vede una sorta di novello Indiana Jones dei poveri impegolarsi in una cupa vicenda di divinità inca tornate dal regno delle ombre per instaurare il loro depravato dominio di terrore, fatto di non morti dalla pelle gialla, l'alta statura e sette dita delle mani, lascive sacerdotesse dalla pelle ramata, musica infernale che scatena pulsioni sessuali irrefrenabili e malcapitate figlie di professori d'archeologia, cadute preda delle voglie innominabili di tali divinità. Pretesto, tutto questo, per una storiella decisamente datata, costruita con cliffhanger di pessimo livello, scrittura appena passabile, nudi e torture a ogni passo, eminentemente gratuiti e ben poco efficaci per i lettori di oggi.Come di consueto (l'abbiamo già visto in numerose delle altre storie presentate in questo blog), l'apparenza sovrannaturale degli inizi svanisce poi del tutto in un finale in calando (e qui decisamente molto scarso), che lascia spesso basito il lettore attuale (si capisce subito chi sia il colpevole della macchinazione e i modi in cui opera sono parecchio poco plausibili).
Non certo il migliore degli inizi, per una delle capostipiti della narrativa pulp sadico-orrorifica del periodo, ma si spera in molto meglio con il passare delle storie
La vicenda vede una sorta di novello Indiana Jones dei poveri impegolarsi in una cupa vicenda di divinità inca tornate dal regno delle ombre per instaurare il loro depravato dominio di terrore, fatto di non morti dalla pelle gialla, l'alta statura e sette dita delle mani, lascive sacerdotesse dalla pelle ramata, musica infernale che scatena pulsioni sessuali irrefrenabili e malcapitate figlie di professori d'archeologia, cadute preda delle voglie innominabili di tali divinità. Pretesto, tutto questo, per una storiella decisamente datata, costruita con cliffhanger di pessimo livello, scrittura appena passabile, nudi e torture a ogni passo, eminentemente gratuiti e ben poco efficaci per i lettori di oggi.Come di consueto (l'abbiamo già visto in numerose delle altre storie presentate in questo blog), l'apparenza sovrannaturale degli inizi svanisce poi del tutto in un finale in calando (e qui decisamente molto scarso), che lascia spesso basito il lettore attuale (si capisce subito chi sia il colpevole della macchinazione e i modi in cui opera sono parecchio poco plausibili).
Non certo il migliore degli inizi, per una delle capostipiti della narrativa pulp sadico-orrorifica del periodo, ma si spera in molto meglio con il passare delle storie
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