Concludiamo la nostra disamina del numero di febbraio del 1934 di Dime Detective Magazine, con un discreto racconto di ambientazione ferroviaria di Oscar Schisgall (autore piuttosto attivo nei mystery magazines di quegli anni).
In poco più di venticinque pagine, l'autore riesce nella non semplice impresa di allestire un murder mystery all'interno di un solo vagone (la vittima è una giovane stella della radio), con tanto di rapinatore di banca in fuga coinvolto suo malgrado nella vicenda, sbandata abbandonata all'altare che viaggia di nascosto e un detective ferroviario che riuscirà a scoprire il colpevole (in modo piuttosto forzato, secondo me, ma comunque coerente). Ben scritto e ben ritmato, anche se in parte un po' ripetitivo, il raccontorientra a pieno titolo nel fortunato filone dei delitti sul treno (esisteva almeno un pulp completo dedicato a questo genere di racconti - forse anche più di uno) e completa in modo dignitoso un numero della rivista di livello piuttosto buono.
Credo che ne leggerete - insieme a me - molti anni nei mesi a seguire, visto che la Radioarchives sembra intenzionata a ristampare tutti i 273 numeri della rivista!!
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mercoledì 28 agosto 2013
lunedì 19 agosto 2013
Un pulp al giorno: Skeleton without arms
Dopo una lunga pausa, dovuta alle ferie dei miei datori di lavoro alla Radioarchives, ecco tornare la rubrica principe di questo blog. Iniziamo con oggi la lettura dei racconti contenuti nel numero di febbraio del 1934 di Dime Detective Magazine, e partiamo con un gradito ritorno, quello di Frederick C.Davis, che abbiamo conosciuto su queste pagine diversi mesi or sono.
Il racconto in questione, Skeleton Without Arms, è un discreto esempio di hard boiled non troppo noir, con tanto di investigatore e assistenti (una rossa tutto pepe e un picchiatore dalla parvenza aristocratica) e poliziotto continuamente scocciato dai suddetti. In realtà, però, nessuno dei classici protagonisti è l'archetipo di quello che sembra, e questo rende la lettura molto più gradevole del previsto. Davis è un autore di buonissima qualità e la vicenda che racconta in questa storia, ambientata nella Hollywood dei primi anni del cinema sonoro, è, seppur limitatamente banale sotto molti aspetti, sintomatica dei pregi e dei difetti della fiction investigativa di quel periodo.
La vicenda riguarda la sparizione di un giovane aspirante attore dagli studi - anche radiofonici - di una casa di produzione, apparentemente per un rapimento. Seguono però due misteriosi e truculenti omicidi: altri due giovani attori sono rimasti uccisi mentre trasmettevano in radio, perché dentro di loro sono esplosi dei fulminanti, ingeriti attraverso delle pillole alle erbe. Tra belle attrici rimaste sfregiate in un incidente d'auto che si sono ricavate un nuovo lavoro come erborista esotica, direttori di studio sopraffatti da amori che resteranno solo platonici, e rabbiosi padri elettrotecnici divorati dal rimorso e dalla gelosia, il giallo scorre molto bene verso la conclusione, e lega abilmente uno spunto simil-fantascientifico (l'utilizzo di onde radio concentrate per aumentare la temperatura corporea delle potenziali vittime e farne esplodere i fulminanti involontariamente ingeriti) a un movente piuttosto meschino e deboluccio (la volontà di eliminare i concorrenti del figlio al ruolo di attore di punta della casa di produzione) per regalare una lettura alquanto piacevole, con momenti di semi-ilarità contrappuntati da descrizioni quasi da shudder pulp (nelle parti relative alle morti delle persone esplose da dentro).
Oke Oakley (questo il nome del detective) è un discreto personaggio, uno dei tantissimi creati da Davis, ed è apparso in una decina di diversi racconti fra il '34 e il'35. Un volume che ne raccoglie la saga completa è stato edito qualche anno fa dalla Altus Press, e potrebbe valere la pena raccoglierlo (specialmente se ne faranno un ebook). Ci penserò un po' su.
Il racconto in questione, Skeleton Without Arms, è un discreto esempio di hard boiled non troppo noir, con tanto di investigatore e assistenti (una rossa tutto pepe e un picchiatore dalla parvenza aristocratica) e poliziotto continuamente scocciato dai suddetti. In realtà, però, nessuno dei classici protagonisti è l'archetipo di quello che sembra, e questo rende la lettura molto più gradevole del previsto. Davis è un autore di buonissima qualità e la vicenda che racconta in questa storia, ambientata nella Hollywood dei primi anni del cinema sonoro, è, seppur limitatamente banale sotto molti aspetti, sintomatica dei pregi e dei difetti della fiction investigativa di quel periodo.
La vicenda riguarda la sparizione di un giovane aspirante attore dagli studi - anche radiofonici - di una casa di produzione, apparentemente per un rapimento. Seguono però due misteriosi e truculenti omicidi: altri due giovani attori sono rimasti uccisi mentre trasmettevano in radio, perché dentro di loro sono esplosi dei fulminanti, ingeriti attraverso delle pillole alle erbe. Tra belle attrici rimaste sfregiate in un incidente d'auto che si sono ricavate un nuovo lavoro come erborista esotica, direttori di studio sopraffatti da amori che resteranno solo platonici, e rabbiosi padri elettrotecnici divorati dal rimorso e dalla gelosia, il giallo scorre molto bene verso la conclusione, e lega abilmente uno spunto simil-fantascientifico (l'utilizzo di onde radio concentrate per aumentare la temperatura corporea delle potenziali vittime e farne esplodere i fulminanti involontariamente ingeriti) a un movente piuttosto meschino e deboluccio (la volontà di eliminare i concorrenti del figlio al ruolo di attore di punta della casa di produzione) per regalare una lettura alquanto piacevole, con momenti di semi-ilarità contrappuntati da descrizioni quasi da shudder pulp (nelle parti relative alle morti delle persone esplose da dentro).
Oke Oakley (questo il nome del detective) è un discreto personaggio, uno dei tantissimi creati da Davis, ed è apparso in una decina di diversi racconti fra il '34 e il'35. Un volume che ne raccoglie la saga completa è stato edito qualche anno fa dalla Altus Press, e potrebbe valere la pena raccoglierlo (specialmente se ne faranno un ebook). Ci penserò un po' su.
giovedì 18 luglio 2013
Un pulp al giorno: School for the Dying
Il solito numero di agosto-settembre 1938 di Horror Stories ci regala oggi un mystery vero e proprio, con minime tracce di horror e sesso, per poter rientrare nei canoni consueti della rivista. In effetti, sono talmente minimi che un racconto del genere avrebbe potuto trovare ospitalità anche in pulp come Black Mask o Dime Detective.
Scritto da Julius Long (già visto in precedenza e autore molto prolifico nel periodo su questo tipo di riviste), è un racconto piuttosto scialbo e monotono, piatto e scontato, imperniato sulla morte per acido dalla doccia di un gruppo di studentesse di un prestigioso college altolocato, che rischia l'inevitabile chiusura per mancanza di iscrizioni dopo un fatto del genere, e tutta l'arzigogolata e improbabile vicenda vede uno degli insegnanti di chimica coinvolto nel cercare di salvarsi dall'infamante accusa di essere il killer dell'acido, mentre in realtà l'artefice del misfatto è lo stesso anziano preside dell'isituto. Nel frattempo il nostro "eroe" troverà anche modo di innamorarsi (ovviamente ricambiato) dalla gelida e precedentemente odiata segretaria del preside.
Scritto controvoglia e malamente sviluppato, il racconto mostra le peggiori pecche del genere, mancando quasi totalmente delle scene voyeuristiche insite negli shudder pulps, ma al contempo anche di una qualsiasi trama plausibile in un mystery vero e proprio (quale vorrebbe essere), risultando in un caotico affastellarsi di eventi che l'autore poi si vede costretto a spiegare al lettore in una sequenza insolitamente lunga e tediosa e non priva di possibili contraddizioni.
Deludente, quindi, ed è un peccato perché Long in precedenza ci era piaciuto anche molto.
Scritto da Julius Long (già visto in precedenza e autore molto prolifico nel periodo su questo tipo di riviste), è un racconto piuttosto scialbo e monotono, piatto e scontato, imperniato sulla morte per acido dalla doccia di un gruppo di studentesse di un prestigioso college altolocato, che rischia l'inevitabile chiusura per mancanza di iscrizioni dopo un fatto del genere, e tutta l'arzigogolata e improbabile vicenda vede uno degli insegnanti di chimica coinvolto nel cercare di salvarsi dall'infamante accusa di essere il killer dell'acido, mentre in realtà l'artefice del misfatto è lo stesso anziano preside dell'isituto. Nel frattempo il nostro "eroe" troverà anche modo di innamorarsi (ovviamente ricambiato) dalla gelida e precedentemente odiata segretaria del preside.
Scritto controvoglia e malamente sviluppato, il racconto mostra le peggiori pecche del genere, mancando quasi totalmente delle scene voyeuristiche insite negli shudder pulps, ma al contempo anche di una qualsiasi trama plausibile in un mystery vero e proprio (quale vorrebbe essere), risultando in un caotico affastellarsi di eventi che l'autore poi si vede costretto a spiegare al lettore in una sequenza insolitamente lunga e tediosa e non priva di possibili contraddizioni.
Deludente, quindi, ed è un peccato perché Long in precedenza ci era piaciuto anche molto.
giovedì 11 luglio 2013
Cult: tu sei il prossimo...
Ancora un post sulle serie TV (il mio lavoro di proofreader per la Radioarchive è un po' fermo al momento, e le ultime letture sono state G-8 and his battle aces, che come dicevo, dopo averne lette un paio risultano tutte sostanzialmente uguali), questa volta su di una serie misconosciuta, che però sembra decisamente interessante.
Il plot verte attorno a una serie televisiva di nome "Cult" (appunto), che segue le vicende di una ex militante di una setta parareligiosa (stile strage di Waco) diventata poliziotto, le cui sorella e nipote vengono probabilmente rapite per ordine dello stesso capo della setta, Billy Grimm (perfetto esempio di psicopatico maniaco religioso, un tempo di gran moda nei telefilm). Questa la fiction. Nella realtà (ammesso che lo sia, visto che il limite fra le due cose sembra alquanto labile nel pilot), un giornalista da poco licenziato dal Post (perché ha falsificato delle notizie pur di far arrestare un gruppo di poliziotti corrotti) viene contattato dal fratello (uno spostato evidentemente ex drogato e con la sindrome della teoria del complotto) che gli comunica che qualcosa di strano sta avvenendo in quella serie tv (che nel frattempo sta diventando veramente di culto e il cui autore è praticamente inavvicinabile - non lo si vede mai nel pilot e ci sarà ovviamente un motivo), prima di scomparire misteriosamente. Il giornalista parte alla ricerca del parente svitato e si trova coinvolto in una serie di delitti, che sembrano tutti rincondurre in qualche modo alla serie tv (che viene trasmessa un po' ovunque, perfino nei monitor delle stazioni di servizio...).
Intrighi su intrighi, un cast abbastanza azzeccato, e un susseguirsi di colpi di scena rendono la visione adatta a tutti quanti amino le serie "complottistiche" e prive di senso (ma con la promessa di qualcosa di molto ganzo proprio in fondo in fondo - ammesso che ci sia, ne dubito). Credo che seguirò qualche altra puntata per vedere dove va a parare. Le premesse sono buone e l'idea è notevolmente interessante.
Vi aggiorno in futuro.
Il plot verte attorno a una serie televisiva di nome "Cult" (appunto), che segue le vicende di una ex militante di una setta parareligiosa (stile strage di Waco) diventata poliziotto, le cui sorella e nipote vengono probabilmente rapite per ordine dello stesso capo della setta, Billy Grimm (perfetto esempio di psicopatico maniaco religioso, un tempo di gran moda nei telefilm). Questa la fiction. Nella realtà (ammesso che lo sia, visto che il limite fra le due cose sembra alquanto labile nel pilot), un giornalista da poco licenziato dal Post (perché ha falsificato delle notizie pur di far arrestare un gruppo di poliziotti corrotti) viene contattato dal fratello (uno spostato evidentemente ex drogato e con la sindrome della teoria del complotto) che gli comunica che qualcosa di strano sta avvenendo in quella serie tv (che nel frattempo sta diventando veramente di culto e il cui autore è praticamente inavvicinabile - non lo si vede mai nel pilot e ci sarà ovviamente un motivo), prima di scomparire misteriosamente. Il giornalista parte alla ricerca del parente svitato e si trova coinvolto in una serie di delitti, che sembrano tutti rincondurre in qualche modo alla serie tv (che viene trasmessa un po' ovunque, perfino nei monitor delle stazioni di servizio...).
Intrighi su intrighi, un cast abbastanza azzeccato, e un susseguirsi di colpi di scena rendono la visione adatta a tutti quanti amino le serie "complottistiche" e prive di senso (ma con la promessa di qualcosa di molto ganzo proprio in fondo in fondo - ammesso che ci sia, ne dubito). Credo che seguirò qualche altra puntata per vedere dove va a parare. Le premesse sono buone e l'idea è notevolmente interessante.
Vi aggiorno in futuro.
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mercoledì 3 luglio 2013
Un pulp al giorno: Street of Jungle Death
Chiudiamo la nostra analisi del numero di luglio agosto 1939 di Strange Detective Mysteries con il racconto più significativo, se non altro per il nome del suo autore, Cornell Woolrich.
Stando ad alcune fonti consultate in rete, il racconto in questione può essere considerata una sorta di bozza di massima del successivo romanzo L'alibi nero (Black Alibi), pubblicato nel 1942 e da noi apparso una prima volta nei Gialli Mondadori e in seguito varie volte ristampato; su questo testo, il grande Jacques Tourner trasse il suo L'uomo leopardo nel 1943. Ed effettivamente, il racconto da noi esaminato in questa sede, mostra almeno un paio di scene che rimandano immediatamente alla memoria il celeberrimo Il bacio della pantera dello stesso Tourner.
La trama del racconto - che in effetti presenta alcune piccole incongruenze e una soluzione finale piuttosto telefonata e un po' forzata nelle motivazioni dell'assassino - ruota attorno a un leopardo sfuggito dalle mani di un'attrice in cerca di pubblicità, che si mette a uccidere per le vie e i parchi hollywoodiani. Uno degli investigatori incaricati dell'indagine, però, crede che dietro i delitti ci sia ben altro che un semplice leopardo, e che il vero assassino sia un uomo che usa la presenza della belva come alibi per i suoi crimini efferati. Il poliziotto, inizialmente sbeffeggiato dal superiore, si rivelerà avere ovviamente ragione.
Se la soluzione finale, come anticipato, e alcune caratterizzazioni di personaggi sembrano appena sgrossate e saranno sicuramente portate a maggior efficacia nel successivo romanzo, che condivide ben più che lo spunto iniziale di questo racconto, il fascino dello stile di Woolrich si vede già tutto anche in queste poche pagine: due scene in particolare, la sequenza del primo omicidio della bambina nel breve tunnel coperto di ombre e quella del cimitero notturno sono decisamente notevoli e la capacità descrittiva dell'autore si coglie già senza limitazioni di sorta, e come detto richiama magistralmente quello che di lì a pochi anni Tourner ci avrebbe fatto vedere sul grande schermo.
Non sono un grande amante del noir - e per questo motivo Woolrich mi è sempre stato poco più di un nome, senza aver letto quasi nulla di lui - ma devo dire che questo racconto mostra l'indubbia capacità affabulatoria del nostro, con tocchi orrorifici che non sono mai soverchianti, ma si fanno sentire e apprezzare.
Be', questo chiude la nostra disamina di un eccellente rivista pulp mystery-horror. La prossima lettura sarà un altro G-8 and his battle aces (che forse troverò la forza di esaminare anche in questo blog... ma non contateci troppo... letti uno, letti tutti...)
Stando ad alcune fonti consultate in rete, il racconto in questione può essere considerata una sorta di bozza di massima del successivo romanzo L'alibi nero (Black Alibi), pubblicato nel 1942 e da noi apparso una prima volta nei Gialli Mondadori e in seguito varie volte ristampato; su questo testo, il grande Jacques Tourner trasse il suo L'uomo leopardo nel 1943. Ed effettivamente, il racconto da noi esaminato in questa sede, mostra almeno un paio di scene che rimandano immediatamente alla memoria il celeberrimo Il bacio della pantera dello stesso Tourner.
La trama del racconto - che in effetti presenta alcune piccole incongruenze e una soluzione finale piuttosto telefonata e un po' forzata nelle motivazioni dell'assassino - ruota attorno a un leopardo sfuggito dalle mani di un'attrice in cerca di pubblicità, che si mette a uccidere per le vie e i parchi hollywoodiani. Uno degli investigatori incaricati dell'indagine, però, crede che dietro i delitti ci sia ben altro che un semplice leopardo, e che il vero assassino sia un uomo che usa la presenza della belva come alibi per i suoi crimini efferati. Il poliziotto, inizialmente sbeffeggiato dal superiore, si rivelerà avere ovviamente ragione.
Se la soluzione finale, come anticipato, e alcune caratterizzazioni di personaggi sembrano appena sgrossate e saranno sicuramente portate a maggior efficacia nel successivo romanzo, che condivide ben più che lo spunto iniziale di questo racconto, il fascino dello stile di Woolrich si vede già tutto anche in queste poche pagine: due scene in particolare, la sequenza del primo omicidio della bambina nel breve tunnel coperto di ombre e quella del cimitero notturno sono decisamente notevoli e la capacità descrittiva dell'autore si coglie già senza limitazioni di sorta, e come detto richiama magistralmente quello che di lì a pochi anni Tourner ci avrebbe fatto vedere sul grande schermo.
Non sono un grande amante del noir - e per questo motivo Woolrich mi è sempre stato poco più di un nome, senza aver letto quasi nulla di lui - ma devo dire che questo racconto mostra l'indubbia capacità affabulatoria del nostro, con tocchi orrorifici che non sono mai soverchianti, ma si fanno sentire e apprezzare.
Be', questo chiude la nostra disamina di un eccellente rivista pulp mystery-horror. La prossima lettura sarà un altro G-8 and his battle aces (che forse troverò la forza di esaminare anche in questo blog... ma non contateci troppo... letti uno, letti tutti...)
domenica 30 giugno 2013
Un pulp al giorno: Mystery of the bloated corpses
Cadaveri galleggianti gonfi come canotti e dalle striature colorate come l'arcobaleno sono il piatto forte del racconto di oggi, sempre dalle pagine di Strange Detective Mysteries del luglio agosto 1939.
L'autore, Giles Norcroft, sembra sostanzialmente sconosciuto e una rapida ricerca su internet non ha portato a sapere altro di lui (se non che ha pubblicato almeno un altro racconto sulla stessa rivista, pochi mesi dopo) e potrebbe essere forse uno pseudonimo di qualche firma più prestigiosa (o almeno più prolifica).
Il racconto, narrato in prima persona da un detective in vacanza nella California messicana, che resta coinvolto in una serie di morti delittuose nella ridente località sul mare, è abbastanza efficace, scritto nel consueto stile dei pulp hard boiled del periodo, senza particolari spunti di pregio, ma senza neanche particolari difetti.
La vicenda ruota appunto attorno ad alcuni cadaveri rinvenuti sulla spiaggia o galleggianti sul mare, gonfi come canotti a causa delle ferite provocate da quello che sembra un mostro marino o una qualche creatura acquatica. Ma il detective subodora subito qualcos'altro e dopo perfino una lotta sottomarina con caschi da immersione che anticipa quanto si sarebbe visto molti decenni dopo nei film stile James Bond, riesce a scoprire che il colpevole di tutto è il fin troppo sospettoso boss della sua ragazza, che gestisce un traffico di droga con il paese centro americano e teme di essere stato scoperto (non era così, ma il racconto in qualche modo doveva partire, giusto?). Colpevoli del delitto sono una miriade di meduse tenute in una grande piscina.
Ritmo discreto, lettura tutto sommato piacevole, ma che non lascia la sensazione di aver letto qualcosa di indimenticabile (ma neppure di aver completamente sprecato il proprio tempo, e quindi è già qualcosa).
Più tardi finiremo in bellezza la lettura del pulp in esame con Cornel Woolrich
L'autore, Giles Norcroft, sembra sostanzialmente sconosciuto e una rapida ricerca su internet non ha portato a sapere altro di lui (se non che ha pubblicato almeno un altro racconto sulla stessa rivista, pochi mesi dopo) e potrebbe essere forse uno pseudonimo di qualche firma più prestigiosa (o almeno più prolifica).
Il racconto, narrato in prima persona da un detective in vacanza nella California messicana, che resta coinvolto in una serie di morti delittuose nella ridente località sul mare, è abbastanza efficace, scritto nel consueto stile dei pulp hard boiled del periodo, senza particolari spunti di pregio, ma senza neanche particolari difetti.
La vicenda ruota appunto attorno ad alcuni cadaveri rinvenuti sulla spiaggia o galleggianti sul mare, gonfi come canotti a causa delle ferite provocate da quello che sembra un mostro marino o una qualche creatura acquatica. Ma il detective subodora subito qualcos'altro e dopo perfino una lotta sottomarina con caschi da immersione che anticipa quanto si sarebbe visto molti decenni dopo nei film stile James Bond, riesce a scoprire che il colpevole di tutto è il fin troppo sospettoso boss della sua ragazza, che gestisce un traffico di droga con il paese centro americano e teme di essere stato scoperto (non era così, ma il racconto in qualche modo doveva partire, giusto?). Colpevoli del delitto sono una miriade di meduse tenute in una grande piscina.
Ritmo discreto, lettura tutto sommato piacevole, ma che non lascia la sensazione di aver letto qualcosa di indimenticabile (ma neppure di aver completamente sprecato il proprio tempo, e quindi è già qualcosa).
Più tardi finiremo in bellezza la lettura del pulp in esame con Cornel Woolrich
giovedì 27 giugno 2013
Un pulp al giorno: Doctor's Death Murder Ward
Il racconto di oggi, tratto ancora una volta dalle pagine del numero di luglio agosto 1939 di Strange Detective Mysteries, ci riporta a parlare di un autore già visto in passato, Arthur Leo Zagat, scrittore pulp particolarmente attivo nel ventennio Trenta-Quaranta del secolo scorso, da noi singolarmente ben poco noto.
Non lasciatevi sviare dal titolo: non si tratta di un racconto avente a che fare con il celebre Doctor Death - archetipo dello scienziato pazzo, che per un breve periodo ha goduto di un intero pulp a sua disposizione - ma con un modestissimo epigono, non meno letale.
Il protagonista principale è un personaggio che Zagat ha usato più volte nel corso della carriera, un notevole detective privato, Bolton Blair, abilissimo nel suo mestiere ma a quanto pare intenzionato a cessare l'attività ogni volta che risolve un caso. Aiutato dal simpaticissimo assistente/segretario Adalbert Socrates Ninial (che già si tende ad amare solo per il nome) - che apparentemente serve più che altro come motivatore del riottoso investigatore e come auditore delle sue spiegazioni finali una volta risolto il caso, Blair stavolta si imbatte nella strana morte di un vecchio per strada, preannunciata da un lugubre fischio simile a un gemito letale, proveniente in apparenza dal nulla. Il vecchio aveva appena chiesto a Ninial se Blair avesse potuto assisterlo in un caso drammatico: la morte per misteriosa malattia di due giovanni studenti di una scuola privata in Connecticut.
Pungolato dalla sfida lanciatagli via etere dal fantomatico Dottor Morte, Blair accetta il caso e si reca - sotto le mentite spoglie dell'assistente di un noto epidemiologo di Yale - al citato college. In modo decisamente troppo subitaneo (e chiaramente dovuto al limite di caratteri richiesti per il completamento del racconto), la storia finisce, il malvagio Dottor Morte (un povero medico di campagna con il pallino della scienza e una notevole avidità di denaro) viene catturato e Blair può spiegare con non troppa convinzione come abbia risolto l'arcano sia a Ninial che al lettore.
Aldilà di una spiegazione un po' tirata per i capelli e una conclusione quindi piuttosto anticlimatica, il racconto è ben scritto, ben ambientato e dotato di personaggi interessanti, che certamente andremo a ritovare perché ci sono molto piaciuti. Resta un prodotto di buona qualità di una rivista decisamente gradevole, anche se al momento priva di vette elevate (ma ci resta da leggere nientemeno che un Woolrich... speriamo sia all'altezza del nome!)
Non lasciatevi sviare dal titolo: non si tratta di un racconto avente a che fare con il celebre Doctor Death - archetipo dello scienziato pazzo, che per un breve periodo ha goduto di un intero pulp a sua disposizione - ma con un modestissimo epigono, non meno letale.
Il protagonista principale è un personaggio che Zagat ha usato più volte nel corso della carriera, un notevole detective privato, Bolton Blair, abilissimo nel suo mestiere ma a quanto pare intenzionato a cessare l'attività ogni volta che risolve un caso. Aiutato dal simpaticissimo assistente/segretario Adalbert Socrates Ninial (che già si tende ad amare solo per il nome) - che apparentemente serve più che altro come motivatore del riottoso investigatore e come auditore delle sue spiegazioni finali una volta risolto il caso, Blair stavolta si imbatte nella strana morte di un vecchio per strada, preannunciata da un lugubre fischio simile a un gemito letale, proveniente in apparenza dal nulla. Il vecchio aveva appena chiesto a Ninial se Blair avesse potuto assisterlo in un caso drammatico: la morte per misteriosa malattia di due giovanni studenti di una scuola privata in Connecticut.
Pungolato dalla sfida lanciatagli via etere dal fantomatico Dottor Morte, Blair accetta il caso e si reca - sotto le mentite spoglie dell'assistente di un noto epidemiologo di Yale - al citato college. In modo decisamente troppo subitaneo (e chiaramente dovuto al limite di caratteri richiesti per il completamento del racconto), la storia finisce, il malvagio Dottor Morte (un povero medico di campagna con il pallino della scienza e una notevole avidità di denaro) viene catturato e Blair può spiegare con non troppa convinzione come abbia risolto l'arcano sia a Ninial che al lettore.
Aldilà di una spiegazione un po' tirata per i capelli e una conclusione quindi piuttosto anticlimatica, il racconto è ben scritto, ben ambientato e dotato di personaggi interessanti, che certamente andremo a ritovare perché ci sono molto piaciuti. Resta un prodotto di buona qualità di una rivista decisamente gradevole, anche se al momento priva di vette elevate (ma ci resta da leggere nientemeno che un Woolrich... speriamo sia all'altezza del nome!)
martedì 25 giugno 2013
Un pulp al giorno: Suicide Circus
Altro racconto tratto da Strange Detective Mysteries del luglio agosto 1939, questa volta una fosca vicenda di una catena di suicidi che sconvogle un'intera città, firmata da Stewart Sterling, autore particolarmente prolifico nel settoro del giallo con connotati orrorifici per quasi un ventennio.
Lo schema è quello solito: un investigatore privato si trova a salvare un giovane che si sta per buttare sotto a un treno, e scopre che si tratta di un affiliato a una specie di setta segreta, guidata da un bramino, che cerca la purificazione attraverso il suicidio. L'intera città viene travolta da una vera e propria ondata di suicidi, e il nostro investigatore si trova a scoprire l'arcano: si tratta di un complotto per assicurarsi le sostanze di tutti i ricchi del luogo, per diventare multimilionari.
Per quanto scontato nella trama e nello sviluppo - come buona parte della narrativa del genere - il racconto regge discretamente l'età e si caratterizza per un linguaggio brioso, ricco di metafore e di modi di dire, alcuni anche piuttosto astrusi. Si muove, come di consueto, sul limite dello shudder (in questo caso attraverso la descrizione nel finale del carnival di creature deformi che accompagna la mente diabolica dietro il complotto), restandone però sostanzialmente al di fuori.
Altri racconti nei prossimi giorni
Lo schema è quello solito: un investigatore privato si trova a salvare un giovane che si sta per buttare sotto a un treno, e scopre che si tratta di un affiliato a una specie di setta segreta, guidata da un bramino, che cerca la purificazione attraverso il suicidio. L'intera città viene travolta da una vera e propria ondata di suicidi, e il nostro investigatore si trova a scoprire l'arcano: si tratta di un complotto per assicurarsi le sostanze di tutti i ricchi del luogo, per diventare multimilionari.
Per quanto scontato nella trama e nello sviluppo - come buona parte della narrativa del genere - il racconto regge discretamente l'età e si caratterizza per un linguaggio brioso, ricco di metafore e di modi di dire, alcuni anche piuttosto astrusi. Si muove, come di consueto, sul limite dello shudder (in questo caso attraverso la descrizione nel finale del carnival di creature deformi che accompagna la mente diabolica dietro il complotto), restandone però sostanzialmente al di fuori.
Altri racconti nei prossimi giorni
sabato 22 giugno 2013
Un pulp al giorno: Panamint Oil e The Death Club
Ero rimasto corto nella descrizione del contenuto del numero di Dime Detective Magazine del gennaio del 1934 che avevamo esaminato nei giorni scorsi. Così ecco un breve contributo relativo agli ultimi due brevi racconti del fascicolo.
Il primo, scritto dal praticamente sconosciuto Jan Dana (autore di mystery relativamente attivo nel periodo fra le metà degli anni Trenta e i primi anni Quaranta), racconta di un investigatore di uno studio legale a caccia dell'erede di una cospicua fortuna fra le paludi del Sud, costellate di temibili serpenti, dai quali ci si può salvare soltanto cospargendosi dell'olio vegetale del titolo. Inizia come un romanzo espitolare e si sviluppa poi rapidamente verso lo scontato finale a lieto fine, passando per incontri con donne anziane travestite da giovani ragazze e patrigni perversi che non esitano a mettere la figliastra - erede della fortuna paterna - nella sabbia fino al collo e a lasciarla in pasto ai serpenti. Leggibile, nonostante la frenesia di arrivare a un finale. Lo si poteva sviluppare in modo più ampio.
Altrattanto tirato via il racconto finale del numero, scritto da un autore molto attivo nel periodo come George Alden Edson, che narra le vicende di un investigatore privato - tanto per cambiare - che crede di notare un filo rosso che lega alcune morti misteriose di uomini con una ricchissima polizza di assicurazione sulla vita. Scoprirà l'organizzazione che dietro di loro trama per spingerli al suicidio, dopo aver loro assicurato sei mesi di benessere (una specie di contratto faustiano, molto più breve e meno intrigante).
Niente di speciale in ambedue i casi, ma racconti dignitosi che riempiono un numero assolutamente interessante di uno tra i pulp più celebri del periodo
Il primo, scritto dal praticamente sconosciuto Jan Dana (autore di mystery relativamente attivo nel periodo fra le metà degli anni Trenta e i primi anni Quaranta), racconta di un investigatore di uno studio legale a caccia dell'erede di una cospicua fortuna fra le paludi del Sud, costellate di temibili serpenti, dai quali ci si può salvare soltanto cospargendosi dell'olio vegetale del titolo. Inizia come un romanzo espitolare e si sviluppa poi rapidamente verso lo scontato finale a lieto fine, passando per incontri con donne anziane travestite da giovani ragazze e patrigni perversi che non esitano a mettere la figliastra - erede della fortuna paterna - nella sabbia fino al collo e a lasciarla in pasto ai serpenti. Leggibile, nonostante la frenesia di arrivare a un finale. Lo si poteva sviluppare in modo più ampio.
Altrattanto tirato via il racconto finale del numero, scritto da un autore molto attivo nel periodo come George Alden Edson, che narra le vicende di un investigatore privato - tanto per cambiare - che crede di notare un filo rosso che lega alcune morti misteriose di uomini con una ricchissima polizza di assicurazione sulla vita. Scoprirà l'organizzazione che dietro di loro trama per spingerli al suicidio, dopo aver loro assicurato sei mesi di benessere (una specie di contratto faustiano, molto più breve e meno intrigante).
Niente di speciale in ambedue i casi, ma racconti dignitosi che riempiono un numero assolutamente interessante di uno tra i pulp più celebri del periodo
Un pulp al giorno: Murder goes a beggin
Iniziamo l'esame di un nuovo pulp, Strange Detective Mysteries del luglio agosto del 1939, una rivista che ricade marginalmente nel filone degli shudder pulps di cui abbiamo ampiamente parlato in passato (e di cui condivide buona parte della sua squadra di autori), ma che ha ospitato, negli anni successivi anche parecchio materiale dell'ancor giovane Fredric Brown (che, come saprete, ha scritto molto più in campo mystery e giallo che non nella fantascienza, per quanto sia uno dei grandi del genere).
Il racconto d'esordio del numero è subito notevole: scritto da Russell Gray (già incontrato in passato come autore di Terror Tales), Murder goes a beggin è una storia incredibile che mi ha ricordato per molti versi uno dei capolavori misconosciuti del cinema di John Carpenter: Il signore del male. Vi si narra infatti le vicende di una rivolta di tutti i mendicanti di una città americana, che si mettono improvvisamente a delinquere in massa, a rapinare banche, a rapire giovani donne, a massacrare adolescenti, per uno scopo apparentemente misterioso, guidati da quello che si scoprirà in seguito essere un ex poliziotto.
Eroe della vicenda è un altro ex-poliziotto, diventato investigatore privato senza scrupoli e dal grilletto facile dopo l'assassinio della moglie, Ethan Burr, che una volta tanto si dimentica dell'elevato onorario richiesto per i suoi servigi e difende una giovane ragazza, scampata al massacro dei familiari.
Aldilà delle banalità sconcertanti della trama e alla mediocrità di alcuni passaggi, il racconto possiede un suo fascino perverso e la lotta senza censure e false ipocrisie contro la "schiuma della Terra" (come l'autore definisce i mendicanti e il loro "osceno" - ancora parole sue - modo di vivere) cattura inevitabilmente il lettore.
Scritto con uno stile descrittivo pericolosamente in bilico fra il mystery avventuroso e lo shudder pulp vero e proprio (del quale mancano fortunatamente gli eccessi più deprecabili), il racconto è in fin dei conti un piccolo gioiellino di uno degli anni più prolifici della storia della narrativa pulp (scelto, non a caso, da Asimov per inaugurare l'Età d'oro della Fantascienza - ma fu una grande annata anche per altri generi... prima o poi scriverò un pezzo su quell'anno epocale per la storia del mondo - per ben altre ragioni, ovviamente), e un ottimo viatico per affrontare la lettura di una rivista che promette di essere non meno affascinante delle ultime effettuate.
Restate in attesa
Il racconto d'esordio del numero è subito notevole: scritto da Russell Gray (già incontrato in passato come autore di Terror Tales), Murder goes a beggin è una storia incredibile che mi ha ricordato per molti versi uno dei capolavori misconosciuti del cinema di John Carpenter: Il signore del male. Vi si narra infatti le vicende di una rivolta di tutti i mendicanti di una città americana, che si mettono improvvisamente a delinquere in massa, a rapinare banche, a rapire giovani donne, a massacrare adolescenti, per uno scopo apparentemente misterioso, guidati da quello che si scoprirà in seguito essere un ex poliziotto.
Eroe della vicenda è un altro ex-poliziotto, diventato investigatore privato senza scrupoli e dal grilletto facile dopo l'assassinio della moglie, Ethan Burr, che una volta tanto si dimentica dell'elevato onorario richiesto per i suoi servigi e difende una giovane ragazza, scampata al massacro dei familiari.
Aldilà delle banalità sconcertanti della trama e alla mediocrità di alcuni passaggi, il racconto possiede un suo fascino perverso e la lotta senza censure e false ipocrisie contro la "schiuma della Terra" (come l'autore definisce i mendicanti e il loro "osceno" - ancora parole sue - modo di vivere) cattura inevitabilmente il lettore.
Scritto con uno stile descrittivo pericolosamente in bilico fra il mystery avventuroso e lo shudder pulp vero e proprio (del quale mancano fortunatamente gli eccessi più deprecabili), il racconto è in fin dei conti un piccolo gioiellino di uno degli anni più prolifici della storia della narrativa pulp (scelto, non a caso, da Asimov per inaugurare l'Età d'oro della Fantascienza - ma fu una grande annata anche per altri generi... prima o poi scriverò un pezzo su quell'anno epocale per la storia del mondo - per ben altre ragioni, ovviamente), e un ottimo viatico per affrontare la lettura di una rivista che promette di essere non meno affascinante delle ultime effettuate.
Restate in attesa
martedì 18 giugno 2013
Un pulp al giorno: The Scarlet Casket e The Zodiac Clue
Oggi esageriamo e raddoppiamo la rubrica, con ben due racconti tratti dalla medesima rivista.
Le pagine di Dime Detective Magazine 37, del gennaio del 1934, ci regalano oggi un giallo targato John Lawrence (autore abbastanza attivo fra gli anni trenta e quaranta del secolo scorso, su parecchi mystery pulps), che ci porta all'interno di un intrigo riguardante dei certificati azionari nell'America della Crisi del 1929, fra direttori di banca fraudolenti e impiegati statali corrotti, in compagnia di un intraprendente investigatore privato e un sergente di polizia emulo dell'ispettore Lestrade.
Ne esce una lettura discreta, forse modesta dal punto di vista dello sviluppo giallo, ma carica dei connotati caratterizzanti il genere, tale da farne un esempio comunque piacevole.
Seconda lettura dallo stesso fascicolo è poi The zodiac clue, scritto da Leslie T.White (poliedrico autore canadese, che ha scritto su numerose riviste pulp, dalle classiche Argosy e Adventure, fino a tutte le riviste mystery degli anni Trenta), scorrevole vicenda mystery su politici e poliziotti corrotti nella gestione del racket del gioco d'azzardo su di un panfilo appena fuori dalla costa, scoperta da un inarrestabile reporter d'assalto. Vicenda piuttosto modesta nello sviluppo e nella stesura, con pochi di trama piuttosto ampi, ma comunque godibile per la mezz'ora scarsa che serve a portarla a compimento.
Altre brevi note nei giorni a seguire
Le pagine di Dime Detective Magazine 37, del gennaio del 1934, ci regalano oggi un giallo targato John Lawrence (autore abbastanza attivo fra gli anni trenta e quaranta del secolo scorso, su parecchi mystery pulps), che ci porta all'interno di un intrigo riguardante dei certificati azionari nell'America della Crisi del 1929, fra direttori di banca fraudolenti e impiegati statali corrotti, in compagnia di un intraprendente investigatore privato e un sergente di polizia emulo dell'ispettore Lestrade.
Ne esce una lettura discreta, forse modesta dal punto di vista dello sviluppo giallo, ma carica dei connotati caratterizzanti il genere, tale da farne un esempio comunque piacevole.
Seconda lettura dallo stesso fascicolo è poi The zodiac clue, scritto da Leslie T.White (poliedrico autore canadese, che ha scritto su numerose riviste pulp, dalle classiche Argosy e Adventure, fino a tutte le riviste mystery degli anni Trenta), scorrevole vicenda mystery su politici e poliziotti corrotti nella gestione del racket del gioco d'azzardo su di un panfilo appena fuori dalla costa, scoperta da un inarrestabile reporter d'assalto. Vicenda piuttosto modesta nello sviluppo e nella stesura, con pochi di trama piuttosto ampi, ma comunque godibile per la mezz'ora scarsa che serve a portarla a compimento.
Altre brevi note nei giorni a seguire
giovedì 30 maggio 2013
Un pulp al giorno: Peril for Sale
Oggi peschiamo un'altro racconto dalle pagine di Detective Dime Novels 1 dell'aprile del 1940. Si tratta di un brioso e vivace racconto di una firma di punta del mystery e dell'hard boiled del periodo, quel Robert Leslie Bellem, creatore fra le altre cose dell'Hollywood Detective, un personaggio che si è meritato nel tempo perfino un pulp tutto suo, ed è stato protagonista di centinaia di avventure.
In questo caso invece, il protagonista della storia di Bellem è uno stuntman hollywoodiano (evidentemente l'autore conosceva bene quell'ambiente e cercava di sfruttarlo in ogni circostanza), Nick Ransom, presto coinvolto in una vicenda riguardante un ex gangster di Chicago, che, uscito di galera, cerca di rimettere in piedi la baracca nella Mecca del cinema. Sfortunatamente la sua ex, una collega di Ransom, lo riconosce, e viene presto messa a tacere, coinvolgendo al contempo il suo avventuroso e testardo datore di lavoro in una sequenza di rapimenti, attentati dinamitardi e sparatorie.
Narrato in prima persona con un senso del ritmo del parlato e dell'azione parimenti molto sviluppato, il racconto di Bellem è un ottimo esempio di poliziesco del periodo, fatto di splendide damsels in distress, di poliziotti vecchio stampo, di battute efficacissime in uno slang spesso trabordante (bellissima quella in cui Ransom, intenzionato a fare irruzione nella villa del malvivente, chiede al poliziotto che lo accompagna se aveva gli attrezzi per scassinare le serrature o la chiave universale per entrare, oppure se una cosa del genere succede solo nei romanzi gialli, e quello gli risponde di averle, e che forse quindi era lui stesso parte di un romanzo giallo). Ben vengano racconti di questo calibro, nonostante la soluzione - dovuta forse alla brevità del testo, poco meno di una ventina di pagine - sia telefonata e si capisca subito. Non è certo questo che si deve andare a cercare in un prodotto del genere, quanto invece l'abilità affabulatoria e la fantasia descrittiva di Bellem, che qui si dimostra comunque notevole.
Alla prossima vicenda, tratta sempre dalle pagine della stessa rivista.
In questo caso invece, il protagonista della storia di Bellem è uno stuntman hollywoodiano (evidentemente l'autore conosceva bene quell'ambiente e cercava di sfruttarlo in ogni circostanza), Nick Ransom, presto coinvolto in una vicenda riguardante un ex gangster di Chicago, che, uscito di galera, cerca di rimettere in piedi la baracca nella Mecca del cinema. Sfortunatamente la sua ex, una collega di Ransom, lo riconosce, e viene presto messa a tacere, coinvolgendo al contempo il suo avventuroso e testardo datore di lavoro in una sequenza di rapimenti, attentati dinamitardi e sparatorie.
Narrato in prima persona con un senso del ritmo del parlato e dell'azione parimenti molto sviluppato, il racconto di Bellem è un ottimo esempio di poliziesco del periodo, fatto di splendide damsels in distress, di poliziotti vecchio stampo, di battute efficacissime in uno slang spesso trabordante (bellissima quella in cui Ransom, intenzionato a fare irruzione nella villa del malvivente, chiede al poliziotto che lo accompagna se aveva gli attrezzi per scassinare le serrature o la chiave universale per entrare, oppure se una cosa del genere succede solo nei romanzi gialli, e quello gli risponde di averle, e che forse quindi era lui stesso parte di un romanzo giallo). Ben vengano racconti di questo calibro, nonostante la soluzione - dovuta forse alla brevità del testo, poco meno di una ventina di pagine - sia telefonata e si capisca subito. Non è certo questo che si deve andare a cercare in un prodotto del genere, quanto invece l'abilità affabulatoria e la fantasia descrittiva di Bellem, che qui si dimostra comunque notevole.
Alla prossima vicenda, tratta sempre dalle pagine della stessa rivista.
mercoledì 29 maggio 2013
Galleria di Carneadi: Thaddeus Clay Harker
Dopo un'assenza fin troppo lunga, ecco tornare una rubrica del mio blog che sono certo interessare molti dei miei lettori. E il personaggio di oggi è tanto poco conosciuto, quanto assolutamente irresistibile.
Thaddeus Clay Harker, nato dalla fantasia di Edwin Truett - autore pulp dalla carriera molto breve, interrotta dalla morte precoce, poco più che quarantenne, nel 1945 - è un anziano venditore di intrugli curativi - i Chickasa Remedies, una panacea universale - che gira gli Stati Uniti su di una specie di fortezza su ruote, un caravan che funge da laboratorio e abitazione, accompagnato dalla strana coppia di Bella e Bestia, ovvero Brenda Sloan e Hercules Jones (che somigliano straordinariamente alla coppia di assistenti di Martin Mystere... che Castelli abbia letto le storie di Harker? Sembra improbabile, ma la somiglianza è notevole).
Il dottor Harker si ritiene una delle migliori menti che abbia mai operato contro il crimine, e le tre sole storie (romanzi brevi) di cui è stato protagonista indubbiamente lo dimostrano. Harker si presenta come un irresistibile vecchietto, dall'aspetto e dai modi di un gentiluomo del Sud (viene sempre descritto come somigliante a un colonnello del Kentucky), una sorta di Josemite Sam dai capelli e dai baffoni bianchi, che io mi sono immaginato somigliante al Lawrence Olivier de Gli insospettabili, quanto a modi di fare, e, per chi ha avuto la fortuna, l'onore e il privilegio di conoscere, l'esimio italianista Mario Martelli, con il quale ho avuto modo di interagire abbastanza a lungo nel corso della mia carriera universitaria. Sono questi due i modelli che la mia mente ha elaborato come raffigurazione di quanto letto nella lunga descrizione del personaggio che Truett offre nel romanzo breve che ho avuto modo di leggere, Crime Nest, comparso sulle pagine del primo numero della rivista Detective Dime Novels, pubblicato nell'aprile del 1940, presto diventata Red Star Detective Magazine, ospite delle due successive storie del nostro Harker.
Truett, del quale non ho avuto modo al momento di leggere altro (ma che andrò subito a cercare), è abilissimo nel tratteggiare un personaggio che di primo acchitto risulta assolutamente irresistibile, un esempio straordinario della narrativa pulp al suo meglio: sorta di miscela di tanti diversi investigatori passati e futuri (per certi versi, ad esempio, ricorda perfino il signor Monk dei telefilm di poco tempo fa), un florilegio di spunti che compongono un capolavoro. Arguto, pronto, maniacale, coraggioso e galantuomo, sono alcuni dei tanti vocaboli che si possono accomunare al personaggio e al suo modo di agire.
Brioso e variopinto, il narrato di Truett è il perfetto sottofondo dentro il quale si muove Harker, e si muovono anche i suoi assistenti, altrettanto straordinariamente dipinti: il nerboruto, simpatico, ossequioso Jones, pronto a qualsiasi cosa per il suo padrone, e la bellissima, audace, sfrontata, intelligente Brenda, femme fatale al servizio del Bene, una Mata Hari dotata di sentimenti più forti del ruolo che le tocca di volta in volta interpretare.
Ritengo un vero peccato che un tale personaggio sia rimasto sostanzialmente dimenticato dal correre inesorabile del tempo (se ne trovano poche citazioni in rete - ma appare in un volume, The Pulp Hero, che si riesce a leggiucchiare su Google Books - e che devo trovare il modo di procurarmi perché sembra molto interessante), ma chissà che non lo si possa recuperare in qualche modo (le vie di Radioarchives sembrano alquanto ramificate, seppur, temo, non infinite). Per adesso spero tanto che mi possano dar modo di leggere anche le altre due storie di Harker e compagnia, in modo da potervele raccontare nel dettaglio, come ci accingo a fare fin dal prossimo post.
Thaddeus Clay Harker, nato dalla fantasia di Edwin Truett - autore pulp dalla carriera molto breve, interrotta dalla morte precoce, poco più che quarantenne, nel 1945 - è un anziano venditore di intrugli curativi - i Chickasa Remedies, una panacea universale - che gira gli Stati Uniti su di una specie di fortezza su ruote, un caravan che funge da laboratorio e abitazione, accompagnato dalla strana coppia di Bella e Bestia, ovvero Brenda Sloan e Hercules Jones (che somigliano straordinariamente alla coppia di assistenti di Martin Mystere... che Castelli abbia letto le storie di Harker? Sembra improbabile, ma la somiglianza è notevole).
Il dottor Harker si ritiene una delle migliori menti che abbia mai operato contro il crimine, e le tre sole storie (romanzi brevi) di cui è stato protagonista indubbiamente lo dimostrano. Harker si presenta come un irresistibile vecchietto, dall'aspetto e dai modi di un gentiluomo del Sud (viene sempre descritto come somigliante a un colonnello del Kentucky), una sorta di Josemite Sam dai capelli e dai baffoni bianchi, che io mi sono immaginato somigliante al Lawrence Olivier de Gli insospettabili, quanto a modi di fare, e, per chi ha avuto la fortuna, l'onore e il privilegio di conoscere, l'esimio italianista Mario Martelli, con il quale ho avuto modo di interagire abbastanza a lungo nel corso della mia carriera universitaria. Sono questi due i modelli che la mia mente ha elaborato come raffigurazione di quanto letto nella lunga descrizione del personaggio che Truett offre nel romanzo breve che ho avuto modo di leggere, Crime Nest, comparso sulle pagine del primo numero della rivista Detective Dime Novels, pubblicato nell'aprile del 1940, presto diventata Red Star Detective Magazine, ospite delle due successive storie del nostro Harker.
Truett, del quale non ho avuto modo al momento di leggere altro (ma che andrò subito a cercare), è abilissimo nel tratteggiare un personaggio che di primo acchitto risulta assolutamente irresistibile, un esempio straordinario della narrativa pulp al suo meglio: sorta di miscela di tanti diversi investigatori passati e futuri (per certi versi, ad esempio, ricorda perfino il signor Monk dei telefilm di poco tempo fa), un florilegio di spunti che compongono un capolavoro. Arguto, pronto, maniacale, coraggioso e galantuomo, sono alcuni dei tanti vocaboli che si possono accomunare al personaggio e al suo modo di agire.
Brioso e variopinto, il narrato di Truett è il perfetto sottofondo dentro il quale si muove Harker, e si muovono anche i suoi assistenti, altrettanto straordinariamente dipinti: il nerboruto, simpatico, ossequioso Jones, pronto a qualsiasi cosa per il suo padrone, e la bellissima, audace, sfrontata, intelligente Brenda, femme fatale al servizio del Bene, una Mata Hari dotata di sentimenti più forti del ruolo che le tocca di volta in volta interpretare.
Ritengo un vero peccato che un tale personaggio sia rimasto sostanzialmente dimenticato dal correre inesorabile del tempo (se ne trovano poche citazioni in rete - ma appare in un volume, The Pulp Hero, che si riesce a leggiucchiare su Google Books - e che devo trovare il modo di procurarmi perché sembra molto interessante), ma chissà che non lo si possa recuperare in qualche modo (le vie di Radioarchives sembrano alquanto ramificate, seppur, temo, non infinite). Per adesso spero tanto che mi possano dar modo di leggere anche le altre due storie di Harker e compagnia, in modo da potervele raccontare nel dettaglio, come ci accingo a fare fin dal prossimo post.
mercoledì 20 febbraio 2013
Un pulp al giorno: Honeymoon Coffin
Ancora una volta dalle pagine di Terror Tales, precisamente dal numero di gennaio del 1935, viene questo Honeymoon Coffin, un classico finto horror (ovvero un mystery dove l'elemento fantastico viene meno con la spiegazione finale), scritto da Ben Judson, autore poco noto e non troppo prolifico attivo fra la metà degli anni Trenta e i primi anni Quaranta, con campi di azioni variegati (ha pubblicato anche su riviste western e avventurose).
La vicenda, narrata in prima persona dal protagonista, riguarda - e come altrimenti! - una ricca eredità e una giovane coppia di sposi, che si reca nella magione del padre defunto del marito, che si trova coinvolto in una sorta di pazzia alluccinatoria, dove crede di rivedere lo spettro del padre che lo spinge a uccidere la moglie. Si scoprirà alla fine, che si tratta solo di un astuto complotto operato dal medico di famiglia per impadronirsi del castello, inizialmente orchestrato in combutta con la zia della sposa (quasi una goccia d'acqua, solo una decina d'anni più anziana), poi caduta a sua volta vittima delle brame del dottore, invaghitosi pazzamente della sosia più giovane.
Atmosfere tipiche di Poe, con tanto di sepolto vivo, e lessico e artifizi di trama assolutamente consoni alla ghost story vittoriana, ma una notevole sensazione di già visto, già letto, già saputo, che scontenta il lettore odierno (e credo anche quello dell'epoca). Niente di straordinario, anzi, un po' sotto la media.
La vicenda, narrata in prima persona dal protagonista, riguarda - e come altrimenti! - una ricca eredità e una giovane coppia di sposi, che si reca nella magione del padre defunto del marito, che si trova coinvolto in una sorta di pazzia alluccinatoria, dove crede di rivedere lo spettro del padre che lo spinge a uccidere la moglie. Si scoprirà alla fine, che si tratta solo di un astuto complotto operato dal medico di famiglia per impadronirsi del castello, inizialmente orchestrato in combutta con la zia della sposa (quasi una goccia d'acqua, solo una decina d'anni più anziana), poi caduta a sua volta vittima delle brame del dottore, invaghitosi pazzamente della sosia più giovane.
Atmosfere tipiche di Poe, con tanto di sepolto vivo, e lessico e artifizi di trama assolutamente consoni alla ghost story vittoriana, ma una notevole sensazione di già visto, già letto, già saputo, che scontenta il lettore odierno (e credo anche quello dell'epoca). Niente di straordinario, anzi, un po' sotto la media.
sabato 16 febbraio 2013
Un pulp al giorno: The Green Glow of Death
Anche oggi restiamo su Weinbaum, con una rarità sconosciuta ai più: si tratta di una sua incursione nel campo del giallo romantico, The Green Glow of Death, apparso nel 1957 sulla rivista Crack Detective Magazine, un tardivo recupero di uno dei suoi pochi inediti (all'epoca della pubblicazione l'autore era morto da più di un ventennio).
E' la storia di un giovane agente assicurativo di una compagnia celebre per assicurare i più preziosi gioielli del mondo, che si trova coinvolto nel furto di un preziosissimo smeraldo a bordo di una nave che lo trasporta dall'Inghilterra agli Stati Uniti. Nel corso del viaggio, l'uomo potrà conoscere e innamorarsi (ricambiato) della bella ragazza incaricata di portare il gioiello al miliardario americano che lo ha acquistato, e restare coinvolto in una serie di furti (fra tentati e riusciti), coronati da un delitto. Alla fine, prima che il gioiello possa transitare per la dogana portuale e finire fuori dalla portata della legge, il giovane riuscirà a capire chi abbia commesso il furto e in che modo.
Quasi più una storia romantica che un giallo (come tale risulta molto all'acqua di rose), il racconto è gradevolmente sbarazzino e dimostra una volta di più la capacità narrativa del suo autore (che vi sia anche in questo caso la zampino della sorella Helen? Non risulta, ma non ce ne meraviglieremmo più di tanto), anche in una delle sue rare (non è stata l'unica, c'è anche un romanzo lungo scritto sotto uno pseudonimo femminile, che rientra nel campo del romance vero e proprio, e un giallo in collaborazione con Ralph Milne Farley, autore insieme al quale ha scritto anche un paio di racconti di fantascienza) escursioni in campi ben lontani dalla fantascienza, quello che lo ha reso giustamente famoso e indimenticabile.
Alla prossima!
E' la storia di un giovane agente assicurativo di una compagnia celebre per assicurare i più preziosi gioielli del mondo, che si trova coinvolto nel furto di un preziosissimo smeraldo a bordo di una nave che lo trasporta dall'Inghilterra agli Stati Uniti. Nel corso del viaggio, l'uomo potrà conoscere e innamorarsi (ricambiato) della bella ragazza incaricata di portare il gioiello al miliardario americano che lo ha acquistato, e restare coinvolto in una serie di furti (fra tentati e riusciti), coronati da un delitto. Alla fine, prima che il gioiello possa transitare per la dogana portuale e finire fuori dalla portata della legge, il giovane riuscirà a capire chi abbia commesso il furto e in che modo.
Quasi più una storia romantica che un giallo (come tale risulta molto all'acqua di rose), il racconto è gradevolmente sbarazzino e dimostra una volta di più la capacità narrativa del suo autore (che vi sia anche in questo caso la zampino della sorella Helen? Non risulta, ma non ce ne meraviglieremmo più di tanto), anche in una delle sue rare (non è stata l'unica, c'è anche un romanzo lungo scritto sotto uno pseudonimo femminile, che rientra nel campo del romance vero e proprio, e un giallo in collaborazione con Ralph Milne Farley, autore insieme al quale ha scritto anche un paio di racconti di fantascienza) escursioni in campi ben lontani dalla fantascienza, quello che lo ha reso giustamente famoso e indimenticabile.
Alla prossima!
mercoledì 6 febbraio 2013
Un pulp al giorno: Once upon a tomb
Oggi parliamo di un breve racconto apparso sul numero di Marzo del 1946 della rivista Dime Detective Magazine, scritto da Henry Norton, autore poco noto in Italia, dedicato in particolare alla narrativa poliziesca, rimasto sulla scena per una decina di anni scarsi, negli anni Quaranta del secolo scorso.
Questo Once upon a tomb introduce il personaggio di Pinero Pershing (il nome, ammetterete, che è splendido - nella tradizione del nome e cognome allitterante, che tanta fortuna ha avuto da sempre nella creazione dei personaggi della fiction popolare, e di cui abbiamo parlato in un post precedente), un simpatico e intraprendente studioso di genealogia, che si trova coinvolto in un intrigo per l'assegnazione di un'eredità milionaria (con i delitti che ruotano attorno a una falsa lapide, che in realtà esiste veramente). Stereotipi a go-go (dalla bionda con gli occhi azzurri, classica femme fatale dal cuore tenero, che finisce inevitabilmente per cadere tra le braccia del protagonista, al maschilismo che ne permea ogni pagina, in perfetta tradizione hard boiled), ma umorismo di fondo particolarmente apprezzabile e storiella dignitosa, nella migliore tradizione del genere.
Pur non essendo inizialmente un amante del genere, le letture che vado effettuando mi stanno facendo scoprire un mondo che conoscevo, in verità, molto, molto poco, e mi sto rendendo conto che invece merita molta maggiore attenzione. La rivista in questione contiene dei veri gioiellini (questo racconto non è il migliore, ma è comunque molto valido) e se, come sembra, a breve ne faranno una versione ebook, consiglio a quelli che leggono narrativa anche in lingua originale di non perderselo (i prezzi degli epub-mobi-pdf sono decisamente accessibilissimi, $2.99 sul sito ufficiale, qualcosa di più su Amazon, e credetemi, ne vale veramente la pena).
Questo Once upon a tomb introduce il personaggio di Pinero Pershing (il nome, ammetterete, che è splendido - nella tradizione del nome e cognome allitterante, che tanta fortuna ha avuto da sempre nella creazione dei personaggi della fiction popolare, e di cui abbiamo parlato in un post precedente), un simpatico e intraprendente studioso di genealogia, che si trova coinvolto in un intrigo per l'assegnazione di un'eredità milionaria (con i delitti che ruotano attorno a una falsa lapide, che in realtà esiste veramente). Stereotipi a go-go (dalla bionda con gli occhi azzurri, classica femme fatale dal cuore tenero, che finisce inevitabilmente per cadere tra le braccia del protagonista, al maschilismo che ne permea ogni pagina, in perfetta tradizione hard boiled), ma umorismo di fondo particolarmente apprezzabile e storiella dignitosa, nella migliore tradizione del genere.
Pur non essendo inizialmente un amante del genere, le letture che vado effettuando mi stanno facendo scoprire un mondo che conoscevo, in verità, molto, molto poco, e mi sto rendendo conto che invece merita molta maggiore attenzione. La rivista in questione contiene dei veri gioiellini (questo racconto non è il migliore, ma è comunque molto valido) e se, come sembra, a breve ne faranno una versione ebook, consiglio a quelli che leggono narrativa anche in lingua originale di non perderselo (i prezzi degli epub-mobi-pdf sono decisamente accessibilissimi, $2.99 sul sito ufficiale, qualcosa di più su Amazon, e credetemi, ne vale veramente la pena).
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