lunedì 25 marzo 2013

Un pulp al giorno: Mistress of the Beast

Pesco ancora dalle pagine del primo numero di Horror Stories per questo racconto di Arthur Leo Zagat (autore molto celebre negli anni Trenta nei campi più disparati, che avevamo già incontrato nel nostro cammino di questo blog), che riprende e aggiorna il mito di Circe.
Un gruppo di cacciatori si perde all'interno di una pericolosa palude e si trova a dover passare la notte su di un'isoletta circondata da una sinistra fama, in quanto è impossibile trovare la strada fuori dal luogo se non quando i raggi del sole avranno allontanato la fitta nebbia delle tenebre notturne. Il gruppo è formato da quattro adulti e un ragazzino (il narratore), che trascorre la notte preda del delirio febbrile. Nel corso della notte, però, i quattro uomini, a causa del patto scellerato di uno di loro con una specie di strega maligna dall'aspetto di giovane ninfa, troveranno ognuno un orrendo destino, trasformati in porci e costretti ad annegare nelle acque limacciose della palude. Anche l'uomo che aveva attirato i compagni nella trappola, per rispettare il patto che aveva stretto con l'entità maligna, alla fine si concederà alla strega e morirà come gli altri, pur di salvare la vita del giovane e incolpevole adolescente.
Discretamente scritto e decisamente meno soffocato dal sadismo e dalla perversa prurigine che imperversa negli altri scritti del periodo e del genere, il racconto soffre di troppi punti non adeguatamente spiegati e di una trama piuttosto derivativa e datata. Si lascia comunque leggere senza troppi rimpianti.

domenica 24 marzo 2013

Rock Contest: Breaking the law cover

Visto che ho il pomeriggio libero, ho deciso di lanciare una nuova rubrica (tanto ne avevo poche, eh?), dedicata ai metal maniacs che seguono i miei deliri blogger.
Vorrei lanciare un contest - dovete commentare e votare, altrimenti non vale - riguardante alcuni celebri pezzi della storia del metal, e in particolare, quella che seconda voi è la migliore cover del pezzo prescelto.
Partirei con uno dei classici assoluti del British Steel: Breaking the Law dei mitici Judas Priest.
Aldilà del fatto che l'originale è ovviamente inarrivabile (potete postare il contrario se volete ricevere una serque di improperi variopinti), ecco alcune proposte alternative

La versione degli Stryper (chi si ricorda del "metallo" cristiano anni Ottanta?)


Quella di Doro (gran pezzo... in tutti i sensi!)

Quella degli Ensiferum (a me noti solo di nome)

Quella dei Motorhead

E per finire quella dei Firewind (era in un cd gratuito su Metal Hammer...)

Scegliete la preferita. La mia è a mani basse quella di Doro

E si ti arrivasse un proiettile in faccia?

E' la poco probabile premessa di una breve serie televisiva dello scorso anno, Bullet in the face, appunto, improntata su di un fumettistimo pulp decisamente sopra le righe, a metà fra il fumetto francofono (e il cinema franco-ispanico) dell'ultimo ventennio e ispirazioni pulpeggianti pseudo-tarantiniane.
Il pilot vede Gunther Vogler, un killer rockettaro tradito dalla compagnia di avventure erotiche, che gli spara al volto dopo una mirabolante rapina, piena di sparatorie ad effetto, salvato dalla polizia e dotato dei lineamenti del poliziotto che ha ucciso, perché possa infiltrarsi nell'organizzazione criminale che serviva, per vendicarsi di chi lo aveva ridotto in quelle condizioni, e al tempo stesso aiutare le forze dell'ordine a liberarsi del pericoloso criminale alla guida di tutto quanto, Heinrich Tannhauser. Breve ma intenso, ricco di caratterizzazioni al limite del caricaturale (dallo stesso Vogler, a Tannahauser che riecheggia il Blofeld di 007, al compagno del poliziotto ucciso, che piange disperato ogni volta che rivede il volto dell'amico scomparso, adesso diventato la faccia di colui che lo ha ucciso, etc. etc.) e ritmato su stilemi visivi e di sceneggiatura che richiamano  i film di De La Iglesia o di suoi epigoni, è un telefilm che promette piuttosto bene, e prima o poi mi vedrò anche le restanti cinque puntate della serie (che dovrebbe avere un seguito la prossima estate).
Non male come riempitivo, magari per una serata a base di uno o due episodi di telefilm più corposi.

Un pulp al giorno: Music of the damned

Beh, ormai in effetti il titolo non ha più molto senso, visto la iato temporale intercorso dal mio ultimo post sul tema, ma riprendiamo con cadenza da decidere, una rubrica che mi diverto molto a fare. E ripartiamo con il primo numero di un altro degli shudder pulps divenuti epici della metà degli anni Trenta del secolo scorso: Horror Stories. E il primo racconto del primo numero è questo breve romanzo avventuroso, venato di sadismo, più che di soprannaturale, dovuto alla penna di Francis James, pseudonimo di James Goldwaithe, autore pulp uscito già nei primi anni venti, ma esploso proprio con gli shudder pulps, Terror Tales e Horror Stories in primis.
La vicenda vede una sorta di novello Indiana Jones dei poveri impegolarsi in una cupa vicenda di divinità inca tornate dal regno delle ombre per instaurare il loro depravato dominio di terrore, fatto di non morti dalla pelle gialla, l'alta statura e sette dita delle mani, lascive sacerdotesse dalla pelle ramata, musica infernale che scatena pulsioni sessuali irrefrenabili e malcapitate figlie di professori d'archeologia, cadute preda delle voglie innominabili di tali divinità. Pretesto, tutto questo, per una storiella decisamente datata, costruita con cliffhanger di pessimo livello, scrittura appena passabile, nudi e torture a ogni passo, eminentemente gratuiti e ben poco efficaci per i lettori di oggi.Come di consueto (l'abbiamo già visto in numerose delle altre storie presentate in questo blog), l'apparenza sovrannaturale degli inizi svanisce poi del tutto in un finale in calando (e qui decisamente molto scarso), che lascia spesso basito il lettore attuale (si capisce subito chi sia il colpevole della macchinazione e i modi in cui opera sono parecchio poco plausibili).
Non certo il migliore degli inizi, per una delle capostipiti della narrativa pulp sadico-orrorifica del periodo, ma si spera in molto meglio con il passare delle storie

sabato 9 marzo 2013

Un pulp al giorno: Princess of Burning Death

Titolo parzialmente fuorviante (non si capisce esattamente chi sia la principessa del titolo) per un altro racconto lungo preso dalle pagine del numero di marzo del 1940 di Dime Mystery Magazine.
Scritto da Wyatt Blassingame, uno degli autori più prolifici del periodo (circa 600 racconti pubblicati) e che avevamo già incontrato tempo prima, è un mystery solo leggermente imparentato con gli shudder pulp di gran moda (per alcune scene, del tutto superflue alla trama, aggiunte nel finale della vicenda).
Si tratta di un giallo misterioso riguardante l'orribile morte per combustione interna - apparentamente dovuta a una sorta di acido - di numerosi individui, inizialmente non collegati fra loro, poi riguardanti un ricco proprietario di scuderia ippica e dei suoi familiari. Dopo alterne vicende, il detective insonne Joe Gee (personaggio seriale, caratterizzato dall'impossibilità di prender sonno finché non risolve il caso in cui è impegnato) scoprirà che i crimini sono compiuti per vendetta dal cognato del ricco defunto, ridotto a uno scherzo di natura per una caduta da cavallo da adolescente, che è riuscito a creare un composto chimico bi-componente che si attiva quando viene aggiunto il secondo catalizzatore.
L'ambientazione e lo sviluppo della storia con i suoi molti personaggi, la villa, la cena dove si svelano molti misteri, etc, concorrono a creare un'atmosfera da giallo-horror all'italiana degli anni Sessanta/Settanta, che rende il racconto, per quanto abbastanza datato, piuttosto divertente da leggere

Un pulp al giorno: When the dead return

Dopo un paio di giorni di assenza, torna la rubrica "giornaliera" dedicata ai pulp, con un nuovo estratto dal numero di marzo 1940 di Dime Mystery: When the dead return, racconto lungo a firma Donald G.Cormack (autore abbastanza prolifico sulle riviste mystery e horror della prima metà degli anni Quaranta).
La trama vede un avvocato/detective, Tom Cardigan, indagare su di una serie di misteriose morti fra le giovani figlie dei più facoltosi notabili della città, per poi arrivare a scoprire come nelle loro tombe non vi sia nessun corpo. L'arrivo a casa sua di una giovane e bellissima donna, apparentemente smemorata, lo spinge a indagare più a fondo, solo per scoprire che dietro al misterioso culto che promette la reincarnazione e il comportamento del tutto disinibito delle giovani "tornate dalla morte", vi sia niente meno che una gang criminale capitanata dal procuratore distrettuale in persona, che, stanco di non riuscire a fare carriera, ha deciso di diventare ricco in una volta sola, e ha inscenato il rapimento e la sparizione della fanciulle - sostituendo loro altre poverette come corpus delicti - per poi promettere ai ricchi genitori di poterle riportare in vita, a patto che una volta pagata l'ingente quota di "resurrezione", l'intera famiglia lasci la città senza dire nulla a nessuno. L'intervento della polizia salverà il detective caduto preda del folle procuratore, e gli permetterà di unirsi alla bella smemorata - rivelatasi figlia di un giudice di Chicago.
Discreto racconto di routine, che contiene in sé tutti gli elementi dello shudder pulp dell'epoca: dai nudi e torture gratuite inflitte alle belle vittime femminile, alla banalità della trama, alla glassatura orrorifico soprannaturale di una portata per il resto esclusivamente "gialla".
E' quasi incredibile notare quanta di questa produzione incentrata nel periodo metà anni Trenta primi anni Quaranta si svolga tutta attorno a uno stesso tema, come la censura praticamente non fosse ancora operativa (questo racconto e numerosi altri sono abbastanza "moderati" quanto a brutalità ed efferratezze gratuite, ma alcuni sono realmente difficili da sostenere perfino al giorno d'oggi!), e come una tale produzione di massa potesse riscontrare successo. Si tratta, almeno per quanto ho letto finora, per la più parte di narrativa di qualità non straordinaria, ma quasi mai veramente infima, e alcuni racconti sono dei veri gioiellini.

giovedì 7 marzo 2013

La nascita del volgare... sul tavolo da gioco

Serata ludica anticipata ieri sera e nuovo gioco da provare, in previsione del mio compleanno. Con un gruppo ridotto a quattro unità, abbiamo provato un titolo che mi ispirava molto e non ha deluso le aspettative: De Vulgari eloquentia.
Come dice il titolo, il gioco si propone di rivedere le origini della nostra lingua, il passaggio dal latino al volgare, ma è in realtà poco più di un'espediente per portare i giocatori a scorrazzare per l'Italia, partendo da mercanti e cercando in fondo alla partita di diventare papi.
Tre sono infatti i ruoli che i giocatori possono ricoprire nel corso del gioco: mercante (che consente di guadagnare parecchi soldi, ma un numero piuttosto basso di punti vittoria), frate (che limita fortemente gli introiti monetari, ma aiuta nel guadagnare badesse e amanuensi - utili per la vittoria finale) e infine Cardinale (che accresce le possibilità di vincere il gioco alla fine, se si riesce ad esseri eletti papa - un botto di punti!).
Nel corso della partita, i giocatori cercano di salire il più possibile nella scala della conoscenza (fondamentale per dirimere la parità e per l'acquisizione di manoscritti - che in fondo al gioco diventano punti vittoria - sempre più pregiati) e di ottenere il supporto di nobili, politici, badesse e nobili, che hanno costi e funzioni diverse (ma in massima parte rivolti all'acquisizione finale di punti vittoria).
Il fulcro del gioco sono i punti azione (5 per tutti, tranne per uno dei cardinali che, se interpretato, offre la possibilità di effettuare 6 azioni per turno - vantaggio non indifferente, ma di solito limitato agli ultimissimi turni del gioco, e a un costo in monete che pochi frati - passaggio d'obbligo per diventare cardinale - possono permettersi - visto che al momento di diventare frati bisogna rinunciare alla metà per eccesso delle proprie ricchezze) con i quali i giocatori si muovono per l'Italia in cerca di manoscritti (ce ne sono di cinque colori diversi a seconda delle regioni e riuscire ad averne almeno uno per colore porta un bonus a fine partita), di eventi (ogni turno una delle città della mappa fornisce un bonus aggiuntivo al primo giocatore che la visita) e di interagire con le varie tabelle (troppo numerose e variegate per elencarle tutte in questa sede), cercando di limare al meglio la propria strategia.
Il gioco è piuttosto lungo - almeno per noi alla prima partita, due ore e 15 circa, in 4 (al massimo si gioca in 5) - e richiede una qual certa pianificazione, perché pur non essendoci interazione diretta con gli altri giocatori, esiste una regola del primo arriva meglio alloggia nel caso degli eventi, della disponibilità dei ruoli e soprattutto nel raccogliere politici, nobili, etc - (ce ne sono al massimo 6 per turno e dopo il 7 turno dei 16 massimi del gioco, si rischia di non beccare più nulla).
Somigliante per certe meccaniche di assegnazione dei punteggi a Thurn und Taxis, ma in realtà strategicamente molto diverso, De Vulgari eloquentia è finalmente una lieta sorpresa dopo alcuni acquisti relativamente deludenti degli ultimi tempi, e mi sento di consigliarlo a tutti i giocatori non casuali. Le regole sono alla fine piuttosto semplici, anche se in apparenza lunghe a una prima lettura, le strategie apparentemente molto varie (alcune tabelle sembrano avere un senso strategico solo se le si completano - e quindi si ottengono i loro bonus - molto presto nel gioco, mentre scegliere il momento in cui diventare frate e quindi cardinale è un'altra scelta molto importante - specialmente perché alcuni dei personaggi che si possono scegliere nel ristretto lotto dei due prelati portano vantaggi che mi sembrano decisamente migliori di altri).
Sperando di aver illuminato qualcuno sulla strada della conoscenza, pardon, della scelta di un possibile acquisto ludico, vi saluto, rimandando a una prossima novità ludica lo spazio dedicato al gioco di questo blog.