E' con non poca soddisfazione che vado ad annunciare l'uscita imminente (veramente a giorni ormai) del secondo volume della collana Mellonta Tauta, pubblicata da Fratini Editore, e dedicata in questo caso a una selezione, sufficientemente corposa, di racconti western scritti dal padre di Conan il Barbaro (e di numerosi altri personaggi quasi altrettanto celebri), Robert Erwin Howard: Sfida al canyon infernale.
Si tratta di una raccolta cronologica di otto racconti, a partire da Tamburi al tramonto, pubblicato a puntate fra il 1928 e il 1929 sul quotidiano del paesino texano dove Howard viveva, il Cross Plains Review, per arrivare a recuperi postumi risalenti fino agli anni Settanta del secolo scorso. La caratteristica unificante di questa raccolta è la predominanza assoluta dell'elemento texano delle storie, dal cavalleresco senso di nobiltà sudista che animava il suo autore, perfettamente a suo agio in un universo che nelle sue ultime propaggini aveva respirato a pieni polmoni (chissà quanta tosse, vista la polvere!) fino a tutta la sua adolescenza (e alcune delle storie presenti in questo volume, infatti, sono dei veri e propri western contemporanei alla vita di Howard, visti i riferimenti a Pancho Villa e alla rivoluzione messicana di pochi anni prima). Punteggiati di deserti e pinnacoli di roccia, di città minerarie e praterie sterminate, di mandrie smisurate e fanciulle da salvare, i racconti howardiani che abbiamo scelto in questa antologia riportano alla mente fin dalle prime pagine le tante letture trascorse negli universi fantastici del bardo texano, ed è francamente impossibile non ravvisare in taluni dei personaggi che frequentano queste narrazioni western l'ombra incombente del Cimmero, specialmente nel capolavoro assoluto di questo volume, "Gli avvoltoi di Whapeton", che trasuda Conan a ogni pagina.
Abbiamo volutamente scelto di presentare una selezione di racconti howardiani che si astenesse dai personaggi più famosi e più pubblicati (in America, visto che da noi sono comunque praticamente tutti inediti) nel filone western howardiano, quelli che gli avevano dato più da mangiare - letteralmente - durante la sua breve esistenza, tragicamente conclusasi; non troverete quindi traccia in questa antologia di Breckinridge Elkins (ben 24 racconti di varie dimensioni pubblicati in buona parte fra il 1934 e il 1937 sulle pagine di Action Stories, e venate di un qual certo umorismo grottesco), Pike Bearfield (un manipolo di storie scritte da un cowboy illetterato, anch'esse umoristiche, parzialmente pubblicate nel 1936 su Argosy) e Buckner Jeopardy Grimes (tre racconti apparsi fra il 1936 e il 1944 su Cowboy Stories e Masked Rider, una delle quali apparsa anche da noi, nel volume miscellaneo Skull Face, uscito negli anni Settanta nella Fantacollana dell'Editrice Nord).
La scelta è stata fatta per mostrare il lato più aperto, meno seriale di Howard, e presenta comunque i suoi western migliori, talora stereotipi, talora tanto poco tipici da venire rifiutati più e più volte dagli editori, per finire poi pubblicata su un pulp minore, "Smashing Novels", e addirittura con due finali diversi - uno tragico e darkeggiante, assolutamente irresistibile, e un altro "politicamente corretto", classico e positivo, indubitabilmente inferiore. Il racconto (o dovrei dire romanzo breve, viste le corpose dimensioni) è il citato "Gli Avvoltoi di Whapeton", un autentico gioiello narrativo tout court, ricco di colpi di scena e di sequenze magistralmente congegnate, un compendio dell'immaginario western riletto e rivissuto in chiave noir, anticipatore di quella contaminatio fra i generi che renderà grande Quentin Tarantino (e non a caso nell'introduzione all'antologia paragono il racconto in questione a "Le iene" - leggetelo per capire i motivi del mio azzardato accostamento) parecchi decenni dopo e in un medium assolutamente diverso.
Che altro dire? Spero di aver solleticato a sufficienza la fantasia e il desiderio di conoscenza di parecchi miei lettori, e vi aspetto quanto prima a una delle presentazioni fiorentine del volume (ancora da decidere, ma sicuramente fra dicembre e gennaio).
martedì 10 dicembre 2013
mercoledì 4 dicembre 2013
Ci mancava solo la tombola... Augustus!
Torno con piacere a occuparmi di giochi, visto che ieri sono riuscito a provare il premio della critica di Essen 2013 e candidato al gioco dell'anno, Augustus.
Attirato dall'ambientazione, dal costo contenuto (intorno ai 30 euro) e dal suo autore (Paolo Mori, autore dell'ottimo Libertalia), mi sono buttato nell'acquisto a occhi chiusi, senza premurarmi di leggere le meccaniche del gioco su boardgamegeek o simili.
D'altra parte, un gioco fino a 6 giocatori e dalla durata molto breve (circa mezz'ora) non sarebbe poi stato male come filler riempi-serata, no? Bah, forse no.
Le semplicissime regole fanno capire subito dopo poche righe che il buon Mori ci invita a giocare a tombola, solo che invece dei numeri da 1 a 90 e dai fagioli per le cartelle, si è inventato una serie cospicua (poco meno di 100) di "cartelle" raffiguranti senatori (dai nomi fantasiosi e spesso tongue in cheek) e province imperiali, e una serie di gettoni raffiguranti daghe, pugnali, scudi legionari, bighe, etc., da estrarre al posto dei numeri.
Sostanzialmente, ogni giocatore sceglie tre "cartelle" da un pool iniziale di 6, ognuna delle quali possiede dei requisiti minimi per essere completata (che so, due daghe e due carri, oppure, uno scudo, 2 catapulte e un vessillo legionario), un certo numero di punti vittoria (fisso o variabile) e potenzialmente anche un'abilità particolare che si attua non appena la "cartella" viene completata (tipo, sposta dove ti pare due fagioli... ehm, legioni... a disposizione, oppure, pesca una "cartella" in più, oppure per te "daga" e "scudo" sono uguali - ovvero, se peschi uno, puoi usare anche l'altro simbolo). Ultimata la cartella e applicate le sue funzioni (che possono anche riguardare gli avversari - tipo, scarta tutti i "fagioli" da una cartella, scarta una cartella completata, etc.), il giocatore reintegra la mano di cartelle a disposizione da un pool di altre cinque disponibili per tutti (e via via a sua volta integrato).
Questo in pratica il gioco, estremamente veloce, ma quasi totalmente affidato alla fortuna, perché, nonostante la scelta delle cartelle possa consentire una qualche strategia, la rapidità della partita (non appena un giocatore completa 7 cartelle la partita finisce) in realtà ne consente ben poche e tutte estremamente legate alla fortuna (le uniche scelte vere e proprie che il giocatore può effettuare è quando prendere il bonus per il numero di province, che usa un sistema simile a Thurn und Taxis, ovvero chi primo arriva meglio alloggia, ma preso un bonus di un tipo, non ne puoi avere altri, se poi la tua situazione migliora)
IL pregio principale sta nella rapidità, nel basso costo e nell'ottima componentistica del prodotto (che però ormai è abbastanza standard in molte produzioni odierne), mentre dal punto di vista prettamente ludico il gioco mi pare piuttosto deludente - non ingiocabile, si badi bene, perché in fondo anche la tombola può essere divertente, e questo ha sicuramente molti fronzoli che lo possono rendere più gradevole - e come riempi serata si può trovare di meglio (numerosi giochi di carte, per esempio, altrettanto rapidi da preparare e da portare a conclusione).
Attirato dall'ambientazione, dal costo contenuto (intorno ai 30 euro) e dal suo autore (Paolo Mori, autore dell'ottimo Libertalia), mi sono buttato nell'acquisto a occhi chiusi, senza premurarmi di leggere le meccaniche del gioco su boardgamegeek o simili.
D'altra parte, un gioco fino a 6 giocatori e dalla durata molto breve (circa mezz'ora) non sarebbe poi stato male come filler riempi-serata, no? Bah, forse no.
Le semplicissime regole fanno capire subito dopo poche righe che il buon Mori ci invita a giocare a tombola, solo che invece dei numeri da 1 a 90 e dai fagioli per le cartelle, si è inventato una serie cospicua (poco meno di 100) di "cartelle" raffiguranti senatori (dai nomi fantasiosi e spesso tongue in cheek) e province imperiali, e una serie di gettoni raffiguranti daghe, pugnali, scudi legionari, bighe, etc., da estrarre al posto dei numeri.
Sostanzialmente, ogni giocatore sceglie tre "cartelle" da un pool iniziale di 6, ognuna delle quali possiede dei requisiti minimi per essere completata (che so, due daghe e due carri, oppure, uno scudo, 2 catapulte e un vessillo legionario), un certo numero di punti vittoria (fisso o variabile) e potenzialmente anche un'abilità particolare che si attua non appena la "cartella" viene completata (tipo, sposta dove ti pare due fagioli... ehm, legioni... a disposizione, oppure, pesca una "cartella" in più, oppure per te "daga" e "scudo" sono uguali - ovvero, se peschi uno, puoi usare anche l'altro simbolo). Ultimata la cartella e applicate le sue funzioni (che possono anche riguardare gli avversari - tipo, scarta tutti i "fagioli" da una cartella, scarta una cartella completata, etc.), il giocatore reintegra la mano di cartelle a disposizione da un pool di altre cinque disponibili per tutti (e via via a sua volta integrato).
Questo in pratica il gioco, estremamente veloce, ma quasi totalmente affidato alla fortuna, perché, nonostante la scelta delle cartelle possa consentire una qualche strategia, la rapidità della partita (non appena un giocatore completa 7 cartelle la partita finisce) in realtà ne consente ben poche e tutte estremamente legate alla fortuna (le uniche scelte vere e proprie che il giocatore può effettuare è quando prendere il bonus per il numero di province, che usa un sistema simile a Thurn und Taxis, ovvero chi primo arriva meglio alloggia, ma preso un bonus di un tipo, non ne puoi avere altri, se poi la tua situazione migliora)
IL pregio principale sta nella rapidità, nel basso costo e nell'ottima componentistica del prodotto (che però ormai è abbastanza standard in molte produzioni odierne), mentre dal punto di vista prettamente ludico il gioco mi pare piuttosto deludente - non ingiocabile, si badi bene, perché in fondo anche la tombola può essere divertente, e questo ha sicuramente molti fronzoli che lo possono rendere più gradevole - e come riempi serata si può trovare di meglio (numerosi giochi di carte, per esempio, altrettanto rapidi da preparare e da portare a conclusione).
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martedì 3 dicembre 2013
Quando Equitalia incontra il Bardo: Repo Men
Nell'ambito dei recuperi cinematografici impostimi dai vari progetti editoriali in corso, l'altro giorno mi sono visto un film forzosamente truzzo, che merita qualche parola (anche per spiegare il titolo curioso di questo post).
Repo Men narra le vicende di un "recuperatore" di crediti del futuro prossimo venturo (ormai unanimente mostrato come negativo e distopico dalla cinematografia contemporanea), che lavora per una corporazione dedita alla produzione di organi vitali sintetici (cuore, pancreas, fegato, etc.), che vengono venduti ai clienti, con la clausola che, in caso di mancato pagamento entro 90 giorni dall'innesto, un "recuperatore" riprenderà l'organo dall'ospite umano, senza peritarsi di chiederne il permesso e quasi sempre con conseguenze letali per l'incauto acquirente.
Il nostro eroe (Jude Law) è uno dei migliori nel mestiere, ma per un sabotaggio orchestrato dal "miglior amico" (un buon Forrest Whitaker), finisce in coma e viene salvato soltanto grazie all'innesto di un cuore artificiale, generosamente venduto dalla corporazione stessa, nella persona del "capo" (un ottimo Liv Schrieber). Il recuperatore si troverà quindi ben presto - vista l'impossibilità di pagare l'esosa quantità di denaro richiesta dalla corporazione - a vestire i panni della preda e si troverà coinvolto in una moderatamente appassionante avventura, nel tentativo di arrivare a chiudere la pratica con il fisco, per così dire, senza rimetterci la vita. Finale a sorpresa (insomma, neppure poi tanto, dai), che evito di raccontare per chi volesse vederlo (si può buttar via il tempo in modo peggiore).
Come vedete, quindi, la trama richiama vagamente il Mercante di Venezia di Shakespeare, mentre le connessioni con Equitalia sono lampanti. Il film vivacchia un po' troppo per i miei gusti, indeciso su quale tonalità prendere, con numerose scene inutilmente splatter, francamente fumettistiche, qualche sequenza invero azzeccata (con un attore più truzzo di Law - tipo Diesel, tanto per buttare lì un nome che ci avrei visto bene - la sequenza del combattimento nel corridoio della corporazione poteva assurgere a top ten del genere, così come è visivamente accattivante la sequenza del combattimento nel laboratorio), e un senso di già visto di fondo che lascia galleggiare il prodotto in un mare magnum di fanta-azione dozzinale, che non guasta assaporare se si è dell'umore giusto (ieri lo ero solo in parte).
Ai prossimi consigli cinematografici (probabilmente datati, vista la fase di recupero per lavoro in cui sono immerso).
Repo Men narra le vicende di un "recuperatore" di crediti del futuro prossimo venturo (ormai unanimente mostrato come negativo e distopico dalla cinematografia contemporanea), che lavora per una corporazione dedita alla produzione di organi vitali sintetici (cuore, pancreas, fegato, etc.), che vengono venduti ai clienti, con la clausola che, in caso di mancato pagamento entro 90 giorni dall'innesto, un "recuperatore" riprenderà l'organo dall'ospite umano, senza peritarsi di chiederne il permesso e quasi sempre con conseguenze letali per l'incauto acquirente.
Il nostro eroe (Jude Law) è uno dei migliori nel mestiere, ma per un sabotaggio orchestrato dal "miglior amico" (un buon Forrest Whitaker), finisce in coma e viene salvato soltanto grazie all'innesto di un cuore artificiale, generosamente venduto dalla corporazione stessa, nella persona del "capo" (un ottimo Liv Schrieber). Il recuperatore si troverà quindi ben presto - vista l'impossibilità di pagare l'esosa quantità di denaro richiesta dalla corporazione - a vestire i panni della preda e si troverà coinvolto in una moderatamente appassionante avventura, nel tentativo di arrivare a chiudere la pratica con il fisco, per così dire, senza rimetterci la vita. Finale a sorpresa (insomma, neppure poi tanto, dai), che evito di raccontare per chi volesse vederlo (si può buttar via il tempo in modo peggiore).
Come vedete, quindi, la trama richiama vagamente il Mercante di Venezia di Shakespeare, mentre le connessioni con Equitalia sono lampanti. Il film vivacchia un po' troppo per i miei gusti, indeciso su quale tonalità prendere, con numerose scene inutilmente splatter, francamente fumettistiche, qualche sequenza invero azzeccata (con un attore più truzzo di Law - tipo Diesel, tanto per buttare lì un nome che ci avrei visto bene - la sequenza del combattimento nel corridoio della corporazione poteva assurgere a top ten del genere, così come è visivamente accattivante la sequenza del combattimento nel laboratorio), e un senso di già visto di fondo che lascia galleggiare il prodotto in un mare magnum di fanta-azione dozzinale, che non guasta assaporare se si è dell'umore giusto (ieri lo ero solo in parte).
Ai prossimi consigli cinematografici (probabilmente datati, vista la fase di recupero per lavoro in cui sono immerso).
martedì 26 novembre 2013
Spazio cinematografico: Into Darkness e Last days on Mars
Un disastroso (in tutti i sensi) virus intestinale mi ha costretto a letto qualche giorno e ne ho approfittato per recuperare un po' il tempo perduto quanto a film di fantascienza da vedere.
Se Last Days on Mars - che tra l'altro da noi deve uscire - è un piuttosto modesto filmetto di zombie marziani fatto come se il tempo - dal punto di vista del cinema e degli effetti speciali - si fosse fermato ai telefilm di UFO (per dare due righe di trama, il film racconta di una missione spaziale su Marte che scopre la vita sotto forma di un terribile microbo che infetta via via gli scienziati della base e li elimina uno dopo l'altro in stile La Cosa o qualsiasi altro film simile ci sia stato prima e dopo) e non ci si rendesse conto che forse un racconto di dieci pagine - se non ci si aggiunge qualcosa - non può servire come struttura complessiva di un film di 90', risultando in uno spreco di cast e tempo dello spettatore, ben altra cosa si può dire di Star Trek: into Darkness, secondo capitolo del reboot della serie dell'Enterprise classica, con i "giovani" cloni degli eroi di una volta, firmato dall'irriverenza iconoclasta di J.J.Abrams, e attraversato di nostalgia del passato e impeti giovanilistici, che lo rendono, a mio parere, più che godibile anche dai fan talebani dell'originale.
La rilettura del "mito" di Khan - impersonato alla grande da "Holmes" Cumberbatch - è interessante, ma poteva essere sfruttata un po' meglio. Che l'attore poi rubi la scena alla grande a tutto il resto del cast è altrettanto evidente, e non necessariamente un male. Se alcune cose hanno lasciato francamente interdetto anche me (che non mi considero un talebano - se non per il fatto che Spock è e sarà sempre e solo Leonard Nimoy, e il 2.0 sarà appunto un 2.0 (o meglio, a mio giudizio, uno 0.2) come quasi ogni altro "clone" scelto per impersonare l'originale), il complesso del film è gradevole, alcune caratterizzazioni molto somiglianti all'originale (Urban e Pegg come Bones McCoy e Scotty su tutti quanti; perfino Pine come Kirk non è molto peggio dell'originale, e senz'altro attore migliore) e non vedo francamente l'ora di vedere se avremo altre "riletture" moderne di un vecchio mito per tutte le generazioni.
Se Last Days on Mars - che tra l'altro da noi deve uscire - è un piuttosto modesto filmetto di zombie marziani fatto come se il tempo - dal punto di vista del cinema e degli effetti speciali - si fosse fermato ai telefilm di UFO (per dare due righe di trama, il film racconta di una missione spaziale su Marte che scopre la vita sotto forma di un terribile microbo che infetta via via gli scienziati della base e li elimina uno dopo l'altro in stile La Cosa o qualsiasi altro film simile ci sia stato prima e dopo) e non ci si rendesse conto che forse un racconto di dieci pagine - se non ci si aggiunge qualcosa - non può servire come struttura complessiva di un film di 90', risultando in uno spreco di cast e tempo dello spettatore, ben altra cosa si può dire di Star Trek: into Darkness, secondo capitolo del reboot della serie dell'Enterprise classica, con i "giovani" cloni degli eroi di una volta, firmato dall'irriverenza iconoclasta di J.J.Abrams, e attraversato di nostalgia del passato e impeti giovanilistici, che lo rendono, a mio parere, più che godibile anche dai fan talebani dell'originale.
La rilettura del "mito" di Khan - impersonato alla grande da "Holmes" Cumberbatch - è interessante, ma poteva essere sfruttata un po' meglio. Che l'attore poi rubi la scena alla grande a tutto il resto del cast è altrettanto evidente, e non necessariamente un male. Se alcune cose hanno lasciato francamente interdetto anche me (che non mi considero un talebano - se non per il fatto che Spock è e sarà sempre e solo Leonard Nimoy, e il 2.0 sarà appunto un 2.0 (o meglio, a mio giudizio, uno 0.2) come quasi ogni altro "clone" scelto per impersonare l'originale), il complesso del film è gradevole, alcune caratterizzazioni molto somiglianti all'originale (Urban e Pegg come Bones McCoy e Scotty su tutti quanti; perfino Pine come Kirk non è molto peggio dell'originale, e senz'altro attore migliore) e non vedo francamente l'ora di vedere se avremo altre "riletture" moderne di un vecchio mito per tutte le generazioni.
venerdì 22 novembre 2013
Falsi Dei
Il post di oggi ospita la recensione di GianFilippo Pizzo di un interessante romanzo di fantascienza nostrana, Falsi Dei del prolifico ed eclettico Francesco Troccoli, nome ormai affermato nel panorama fantastico italiano. Eccola qua:
Francesco Troccoli, Falsi
dei, Curcio 2013, 320 p., € 15,90
Volendo estrarre da questo romanzo una frase che lo
rappresentasse, ci sembra indicata questa: "umanamente alieno".
Perché in questo libro tutto è estraneo, dalla dimensione temporale situata
migliaia di anni oltre il nostro futuro ai corpi celesti dalla caratteristiche
inusuali, dalla antropologia degli esseri viventi ai macchinari
ipertecnologici, dalla psicologia di certi personaggi alla stessa struttura
sociopolitica. Persino gli appassionati di fantascienza di vecchia data troveranno
concetti se non proprio originali almeno rivisti con passione e moderna
consapevolezza: l'anomalia spaziotemporale, i longevi, i privi di sonno (e
dunque di sogni), la gestalt tra
menti eccetera. Eppure, al contempo, tutto è profondamente umano: la gerarchia
militare che rispecchia la situazione politica, i sentimenti (buoni e cattivi)
delle persone e le loro pulsioni, la preponderanza del potere economico...
tutto perfettamente riconoscibile anche se ambientato in un altro tempo e in un
altro spazio.
Non sappiamo se l'autore lo giudicherà un complimento, ma a
noi questo romanzo ha ricordato un grande scrittore di SF americano, Alfred E.
Van Vogt, sia per gli improvvisi colpi di scena che sembrano rivoluzionare la
trama - ma in questo caso sono per lo più cambiamenti di prospettiva - sia per il
numero e la grandiosità dei concetti messi in campo, dai viaggi interplanetari
alla riscoperta del pianeta Terra come culla della civiltà fino ai vari
dualismi che entrano nel background della storia: normali/longevi, mente
individuale/mente collettiva, dormienti/insonni, tecnologia/barbarie (o
presunta tale), ricchezza/povertà. E se
manca, quanto mai opportunamente per i nostri tempi, la dicotomia uomo/donna
(nell'universo di Troccoli i due sessi sono alla pari) è invece presente il
rapporto padre/figlio, perché l'autore non scrive ai tempi di Van Vogt ma ai giorni nostri e condisce l'avventura
con riflessioni non banali, spaziando dall'economia alla filosofia e
privilegiando l'introspezione e la caratterizzazione dei personaggi.
Il romanzo continua le avventure di Tobruk Ramarren,
l'avventuriero che già avevamo apprezzato nel precedente Ferro sette (Curcio 2012), questa volta inviato in missione
diplomatica su un lontano pianeta che rivelerà un forte sorpresa, missione
complicata da ammutinamenti, da nanovirus, dal comportamento delle popolazioni
locali, da tradimenti vari. Una trama ricca d'azione che però non è fine a se
stessa ma accompagna il lettore alla scoperta di situazioni straordinarie, con
qualche spunto di riflessione. Un romanzo che forse non è un capolavoro ma si
legge volentieri e, pur con qualche lungaggine in alcuni momenti, scorre dall'inizio alla fine.
Gian Filippo Pizzo
sabato 9 novembre 2013
Un pulp al giorno: The Army without a Country
E dopo una lunga pausa - dovuta alla mancanza di nuovo materiale in proofreading - ecco tornare la nostra rubrica preferita, con un romanzo della serie Operator 5, già vista in passato su queste pagine. Si tratta del numero 35 del settembre-ottobre 1937, e si intitola The Army without a country. Facente parte del Purple Empire, è un romanzo breve che contiene in sé tutta l'essenza del pulp eroico di quegli anni, anticipatori di stilemi che al cinema - e non solo - resistono ancor oggi, pieno di tutti i pregi (pochi) e difetti (a ben guardare moltissimi) insiti in questo tipo di narrativa popolare.
La trama è data da un continuo affastellarsi di situazioni, improbabili ma coinvolgenti, che vedono il nostro eroe passare dalla padella in varie braci, prima di consumare la sua vendetta - almeno in parte - contro il malvagissimo imperatore Rudolph I, il sovrano euroasiatico che con le sue infinite schiere di "orchetti" di Moria (ci sono molte similitudini) ha conquistato e messo a ferro e fuoco gli Stati Uniti, la cui ultima speranza verge su di un massiccio contrattacco sul Continental Divide, ovvero le Montagne Rocciose, e sulla riconquista della città simbolo di questa estrema linea difensiva, Denver. A prezzi spaventosi in termine di vite umane, gli Americani riusciranno non solo a respingere gli assalitori, ma perfino a catturarne il sovrano (nell'episodio di cui avevamo parlato mesi fa, il sovrano era prigioniero di Operator 5, ma ciononostante i pericoli per i "buoni" erano tutt'altro che finiti).
Aldilà della trama - in confronto alla quale, Red Dawn di Milius è un capolavoro di realismo (e parlo di trama, non del film in sé, che possiede comunque i suoi pregi, vista la qualità del regista) - il romanzo è interessante sotto numerosi punti di vista: la perfidia del nemico raggiunge estremi disumani (come il crocifiggere tutti i primogeniti degli Americani rimasti nella città occupata di Denver, per impedire alle truppe americane di assalire la città, oppure utilizzare altri prigionieri in posizione siffatta - evidentemente Rudolph I doveva essere un estimatore di Roma antica - come bersaglio d'addestramento per le truppe purpuree), che saranno però grandemente superati dalla realtà nazista (nonostante sia evidentemente questo il modello di riferimento per Tepperman, l'autore di questo testo; se è vero infatti che non era ancora iniziato il secondo conflitto mondiale, già da mesi imperversava la guerra civile in Spagna, dove le truppe tedesche si erano già messe in luce). La cosa "bella" di questo tipo di narrativa popolare impregnata di eroismo patriota è anche la facilità con cui si eliminano i personaggi secondari, dando però loro occasione di andarsene in a "blaze of glory", più alla Gemmell che alla Martin, per citare due autori fantasy che molti dei lettori di queste pagine conoscono molto bene. In questo caso, la missione suicida di un aereo disarmato contro le truppe che sparano alla schiena degli uomini e delle donne crocifissi, vale da sola il "prezzo del biglietto".
Insomma, pur nella pochezza complessiva dell'opera in senso più alto, la saga di Operator 5 e specialmente questo ciclo interno dedicato alla guerra contro l'Impero Purpureo merita almeno un'occhiata scevra di pregiudizio.
La trama è data da un continuo affastellarsi di situazioni, improbabili ma coinvolgenti, che vedono il nostro eroe passare dalla padella in varie braci, prima di consumare la sua vendetta - almeno in parte - contro il malvagissimo imperatore Rudolph I, il sovrano euroasiatico che con le sue infinite schiere di "orchetti" di Moria (ci sono molte similitudini) ha conquistato e messo a ferro e fuoco gli Stati Uniti, la cui ultima speranza verge su di un massiccio contrattacco sul Continental Divide, ovvero le Montagne Rocciose, e sulla riconquista della città simbolo di questa estrema linea difensiva, Denver. A prezzi spaventosi in termine di vite umane, gli Americani riusciranno non solo a respingere gli assalitori, ma perfino a catturarne il sovrano (nell'episodio di cui avevamo parlato mesi fa, il sovrano era prigioniero di Operator 5, ma ciononostante i pericoli per i "buoni" erano tutt'altro che finiti).
Aldilà della trama - in confronto alla quale, Red Dawn di Milius è un capolavoro di realismo (e parlo di trama, non del film in sé, che possiede comunque i suoi pregi, vista la qualità del regista) - il romanzo è interessante sotto numerosi punti di vista: la perfidia del nemico raggiunge estremi disumani (come il crocifiggere tutti i primogeniti degli Americani rimasti nella città occupata di Denver, per impedire alle truppe americane di assalire la città, oppure utilizzare altri prigionieri in posizione siffatta - evidentemente Rudolph I doveva essere un estimatore di Roma antica - come bersaglio d'addestramento per le truppe purpuree), che saranno però grandemente superati dalla realtà nazista (nonostante sia evidentemente questo il modello di riferimento per Tepperman, l'autore di questo testo; se è vero infatti che non era ancora iniziato il secondo conflitto mondiale, già da mesi imperversava la guerra civile in Spagna, dove le truppe tedesche si erano già messe in luce). La cosa "bella" di questo tipo di narrativa popolare impregnata di eroismo patriota è anche la facilità con cui si eliminano i personaggi secondari, dando però loro occasione di andarsene in a "blaze of glory", più alla Gemmell che alla Martin, per citare due autori fantasy che molti dei lettori di queste pagine conoscono molto bene. In questo caso, la missione suicida di un aereo disarmato contro le truppe che sparano alla schiena degli uomini e delle donne crocifissi, vale da sola il "prezzo del biglietto".
Insomma, pur nella pochezza complessiva dell'opera in senso più alto, la saga di Operator 5 e specialmente questo ciclo interno dedicato alla guerra contro l'Impero Purpureo merita almeno un'occhiata scevra di pregiudizio.
venerdì 25 ottobre 2013
Sleepy Hollow
Bentornati indietro di vent'anni, ai meravigliosi tempi di Sunnydale e dell'allegra combriccola di liceali ammazzavampiri di Whedon & co. E' questa la prima impressione dopo aver visto le prime due puntate di Sleepy Hollow, la nuova serie targata Fox (non a caso), che cerca di riambientare in chiave moderna il classico folk tale americano di Washington Irving, portato con discreto successo al cinema una quindicina di anni fa da Tim Burton.
L'inizio colpisce subito il bersaglio - almeno con me - con una scena di battaglia della guerra d'indipendenza americana e l'entrata in scena del cavaliere da lì a poco senza testa dotato di ascia bipenne che caratterizza il racconto popolare, presto seguita da titoli di testa con Sympathy for the Devil dei Rolling Stones (non nella cover dei Guns'n'Roses, presente nei titoli di coda di Intervista con il Vampiro). Una volta inseriti nei giusti binari, il telefilm racconta le vicende di Ichabod Crane, professore di Oxford arruolato nell'esercito di sua maestà britannica per combattere contro le colonie ribelli, ma presto passato all'esercito di Washington dove ha ricevuto l'incarico di combattere il male, impersonificato dai quattro cavalieri dell'apocalisse (il decapitato armato di ascia è la Morte), compito che riuscirà a espletare (attraverso un incantesimo della moglie Katrina, una strega dedita alla magia bianca) anche nel 2013, quando si risveglierà a Sleepy Hollow, pronto ad affiancare una giovane tenente della polizia locale e - immagino - una schiera di altri personaggi nella lotta contro la Fine prossima ventura.
Ben realizzato e ben diretto, il telefilm mi ha preso in particolare per la figura di Crane- ottimamente resa dal poco conosciuto Tom Mison, attore di teatro britannico - e il suo eloquio settecentesco (miseramente restituito dai sottotitoli che ho scaricato, ma spero degnamente riconosciuto nel doppiaggio italiano ormai imminente), e aldilà di alcune imprecisioni e passaggi piattamente televisivi, mi sembra che ci siano tutte le premesse per poter vedere un buon telefilm di azione soprannaturale, come era il buon Buffy delle origini.
Curiosa e molto azzeccata la presenza di Clancy Brown, il Kurgan di Highlander (e parlando qui di teste mozzate, chi meglio di lui?), in un ruolo che probabilmente potrà essere significativo pur necessariamente di contorno vista... NIENTE SPOILER... guardatelo.
Vediamo se reggerà al trascorrrere degli episodi (peraltro pochi, trattandosi di una stagione di 13 puntate - con già il rinnovo per la seconda però), visto che secondo me l'idea è interessante, ma andrebbe consumata e gustata in un numero limitato di stagioni (non mi sembra abbia lo scheletro sufficiente a reggere il peso di parecchie annate - proprio come, secondo me, ma credo di essere in minoranza, Buffy.
Insomma, se siete in cerca di un nuovo telefilm per questo inizio di stagione, potete pescare molto ma molto di peggio.
L'inizio colpisce subito il bersaglio - almeno con me - con una scena di battaglia della guerra d'indipendenza americana e l'entrata in scena del cavaliere da lì a poco senza testa dotato di ascia bipenne che caratterizza il racconto popolare, presto seguita da titoli di testa con Sympathy for the Devil dei Rolling Stones (non nella cover dei Guns'n'Roses, presente nei titoli di coda di Intervista con il Vampiro). Una volta inseriti nei giusti binari, il telefilm racconta le vicende di Ichabod Crane, professore di Oxford arruolato nell'esercito di sua maestà britannica per combattere contro le colonie ribelli, ma presto passato all'esercito di Washington dove ha ricevuto l'incarico di combattere il male, impersonificato dai quattro cavalieri dell'apocalisse (il decapitato armato di ascia è la Morte), compito che riuscirà a espletare (attraverso un incantesimo della moglie Katrina, una strega dedita alla magia bianca) anche nel 2013, quando si risveglierà a Sleepy Hollow, pronto ad affiancare una giovane tenente della polizia locale e - immagino - una schiera di altri personaggi nella lotta contro la Fine prossima ventura.
Ben realizzato e ben diretto, il telefilm mi ha preso in particolare per la figura di Crane- ottimamente resa dal poco conosciuto Tom Mison, attore di teatro britannico - e il suo eloquio settecentesco (miseramente restituito dai sottotitoli che ho scaricato, ma spero degnamente riconosciuto nel doppiaggio italiano ormai imminente), e aldilà di alcune imprecisioni e passaggi piattamente televisivi, mi sembra che ci siano tutte le premesse per poter vedere un buon telefilm di azione soprannaturale, come era il buon Buffy delle origini.
Curiosa e molto azzeccata la presenza di Clancy Brown, il Kurgan di Highlander (e parlando qui di teste mozzate, chi meglio di lui?), in un ruolo che probabilmente potrà essere significativo pur necessariamente di contorno vista... NIENTE SPOILER... guardatelo.
Vediamo se reggerà al trascorrrere degli episodi (peraltro pochi, trattandosi di una stagione di 13 puntate - con già il rinnovo per la seconda però), visto che secondo me l'idea è interessante, ma andrebbe consumata e gustata in un numero limitato di stagioni (non mi sembra abbia lo scheletro sufficiente a reggere il peso di parecchie annate - proprio come, secondo me, ma credo di essere in minoranza, Buffy.
Insomma, se siete in cerca di un nuovo telefilm per questo inizio di stagione, potete pescare molto ma molto di peggio.
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