Per la seconda edizione del due volte premiato Mondi Paralleli ho visto in questi ultimi giorni due film che mi erano - fortunatamente - sfuggiti nel corso del tempo.
Il primo, Anno 1345 - l'impossibile crociata, l'avevo sempre evitato, nonostante risalga al 1994 (periodo in cui ancora vedevo centinaia di film all'anno... si avete letto, bene, centinaia), perché la sola presenza di Roland Emmerich come produttore esecutivo mi aveva convinto che dietro un ottimo romanzo di Poul Anderson, uno dei miei preferiti di uno dei grandi maestri della fantascienza anni Sessanta, potesse esserci una versione cinematografico da urlo... di disperazione. Ero stato fin troppo buono: il film è una farsaccia sguaiata, che fin dalle primissimi battute scopiazza in modo infingardo Monty Python e il sacro graal e riduce l'avventura di un gruppo di cavalieri medievali inglesi venuti in possesso di un'astronave aliena e di parte del suo equipaggio di invasori a un'inguardabile boiata, che coinvolge anche attori altrimenti molto apprezzati, come John Rhys Davies.
Dal romanzo di Anderson il film tedesco - ma con cast anglofono - riprende la trama di base, ma la snatura completamente, rendendo farsa becera quello che nel romanzo è sottile umorismo. Da evitare come la peste (dalla quale in linea di massima si può anche guarire, da questo ne dubito).
Altro "gioiellino" sfuggito al mio terribile scrutinio (ma essendo il film del 2009 ed avendo ridotto a quell'epoca la visione annuale di film a meno di una decina, la cosa era meno grave) era poi Princess of Mars, produzione che definire low budget è un eufemismo, e che ha come unico merito - se così si può dire - quello di essere stata la prima a recuperare per lo schermo una delle pietre miliari della fantascienza delle origini, le avventure del capitano confederato John Carter sul rosso pianeta marziano, Barsoom per i locali. Bene: in questo caso il capitano confederato è diventato un soldato delle truppe speciali in Afghanistan, che, rimasto gravemente ferito in una trappola, viene mandato da dei cinici ufficiali statunitensi su Marte attraverso il teletrasporto e, una volta giuntovi e capito che grazie alla minore gravità del pianetà è capace di imprese sovraumane quanto a forza e agilità, si trova in mezzo a un gruppo di Tharkis - qui raffigurati come una via di mezzo fra truppe di Mongo e una versione a basso costo di Predator, oppure anche all'alieno de Il mio nemico, quanto a iconografia - e vivrà straordinarie (diciamo così) avventure conoscendo anche la bellissima Dejah Thoris, principessa marziana (affidata all'ex pornodiva Tracy Lords, ormai piuttosto in là con gli anni per essere una principessa credibile). L'improbabile eroe terrestre è invece interpretato nientepopodimeno che da Antonio Sabato jr., e credo che questo possa bastare. E' talmente orrendo da sembrare una produzione di Ed Wood o comunque un film anni Sessanta, non certo qualcosa del nuovo millennio.
Dopo aver sprecato così due/tre ore della mia vita (il fast forward ha comunque imperato durante buona parte delle visioni), non mi pento di aver abbandonato le visioni "a strascico" operate in una diversa fase della mia esistenza.
Alla prossima!
mercoledì 31 luglio 2013
domenica 21 luglio 2013
The Hobbit: an unexpected movie...
So di giungere tardissimo a parlare di un film che ormai gira già anche in televisione, ma come certo saprete, ormai non sono più il "divoratore" di pellicole che ero un tempo (quando ero in grado di recensire - pro domo mea, ma da qualche parte le ho quasi tutte - fino a 35-40 pellicole in un mese - ah, bei tempi, per il Roger Ebert in me) ed è grassa se riesco a vedere 4-5 film in un anno (ma non temete: i nuovi impegni "saggistici" mi spingeranno per forza a riprendere un po' di visioni più lunghe dei telefilm che vado divorando negli ultimi 5/6 anni).
Comunque, bando alle ciance: ieri sono riuscito a vedere lo Hobbit e, come si evince dal titolo di questo post, ne sono rimasto piacevolmente sorpreso. Ora: rispetto a molti dei miei lettori, avevo il vantaggio di avvicinarmi alla pellicola con occhio meno critico e ossequio meno rigido al canone del Maestro Tolkien. Adoro Jackson e le tre pellicole sul Signore degli Anelli erano quanto di meglio fosse mai successo alla narrativa fantasy sullo schermo (grande e piccolo) prima di Game of Thrones. D'altro canto, non sono certo un purista dell'opera di Tolkien: per ragioni eminentemente ludiche, conosco molto bene il suo mondo, la sua storia e la sua geografia (per averlo girato in lungo e in largo per oltre un trentennio prima nel gioco di ruolo, poi nel gioco postale della Terra di Mezzo), ma non ho mai amato in modo eccessivo e viscerale i suoi romanzi (meno che mai lo Hobbit, letto tantissimi anni fa e sempre ritenuto niente più che un romanzo per ragazzi - considero alla stessa stregua Harry Potter, per esempio, ma questo non significa che a suo modo non possano (debbano?) essere considerati dei capolavori). Di conseguenza, il fatto che Jackson abbia completamente stravolto il plot e lo sviluppo narrativo dello Hobbit cartaceo non mi tocca se non marginalmente. Mi tocca molto di più che ne abbia ricavato una prima pellicola a mio avviso perfino superiore al primo capitolo del Signore degli Anelli (sicuramente più dinamica e spettacolare), con un grandissimo Bilbo Baggins (Freeman è uno straordinario Watson - e se Dio vuole, pare che avremo una terza e perfino una quarta serie dello splendido Sherlock della BBC - ma è perfino un miglior Bilbo Baggins), una compagnia di nani assolutamente diversa da come me l'ero immaginata (ho degli amici che credo si siano messi a piangere per la disperazione - almeno inizialmente - dopo la prima apparizione di Balin...), ma che nel giro di pochi minuti ti entra nel sangue, un Radagast allegramente sconcertante (e piacevolissimo da vedere), il ritrovare tanti "amici" della prima trilogia, che senza dubbio è piacevole rivedere.
Ho poi apprezzato molto il fatto che il film (e non il romanzo) sia diventato un vero e proprio prequel della trilogia cinematografica, dando modo a Jackson di proseguire nella narrazione (in questo caso a priori) della sua "visione" storica della Terra di Mezzo, con una profondità e una cura dei particolari che ovviamente Tolkien non ha potuto fare, vista le genesi delle sue opere.
Certo, ci sono degli eccessi, alcuni tasti sono toccati con troppa energia, alcune caratterizzazioni possono far storcere la bocca anche a chi è appena appena purista (gli integralisti di Tolkien immagino abbiano preso torce e forconi e si siano recati al castello di Jackson per incenerire lo scienziato pazzo e le sue creature partorite dalla folgore del demonio), ma nel complesso ho trovato la nuova incursione nella Terra di Mezzo di gran lunga superiore a ogni mia aspettativa (molto modesta in verità - ed è anche per questo che finora avevo snobbato il film) e adesso non vedo l'ora di scoprire quali altre "fantasie" aggiungerà alla trama il folletto oceanico nei prossimi due capitoli della saga.
Comunque, bando alle ciance: ieri sono riuscito a vedere lo Hobbit e, come si evince dal titolo di questo post, ne sono rimasto piacevolmente sorpreso. Ora: rispetto a molti dei miei lettori, avevo il vantaggio di avvicinarmi alla pellicola con occhio meno critico e ossequio meno rigido al canone del Maestro Tolkien. Adoro Jackson e le tre pellicole sul Signore degli Anelli erano quanto di meglio fosse mai successo alla narrativa fantasy sullo schermo (grande e piccolo) prima di Game of Thrones. D'altro canto, non sono certo un purista dell'opera di Tolkien: per ragioni eminentemente ludiche, conosco molto bene il suo mondo, la sua storia e la sua geografia (per averlo girato in lungo e in largo per oltre un trentennio prima nel gioco di ruolo, poi nel gioco postale della Terra di Mezzo), ma non ho mai amato in modo eccessivo e viscerale i suoi romanzi (meno che mai lo Hobbit, letto tantissimi anni fa e sempre ritenuto niente più che un romanzo per ragazzi - considero alla stessa stregua Harry Potter, per esempio, ma questo non significa che a suo modo non possano (debbano?) essere considerati dei capolavori). Di conseguenza, il fatto che Jackson abbia completamente stravolto il plot e lo sviluppo narrativo dello Hobbit cartaceo non mi tocca se non marginalmente. Mi tocca molto di più che ne abbia ricavato una prima pellicola a mio avviso perfino superiore al primo capitolo del Signore degli Anelli (sicuramente più dinamica e spettacolare), con un grandissimo Bilbo Baggins (Freeman è uno straordinario Watson - e se Dio vuole, pare che avremo una terza e perfino una quarta serie dello splendido Sherlock della BBC - ma è perfino un miglior Bilbo Baggins), una compagnia di nani assolutamente diversa da come me l'ero immaginata (ho degli amici che credo si siano messi a piangere per la disperazione - almeno inizialmente - dopo la prima apparizione di Balin...), ma che nel giro di pochi minuti ti entra nel sangue, un Radagast allegramente sconcertante (e piacevolissimo da vedere), il ritrovare tanti "amici" della prima trilogia, che senza dubbio è piacevole rivedere.
Ho poi apprezzato molto il fatto che il film (e non il romanzo) sia diventato un vero e proprio prequel della trilogia cinematografica, dando modo a Jackson di proseguire nella narrazione (in questo caso a priori) della sua "visione" storica della Terra di Mezzo, con una profondità e una cura dei particolari che ovviamente Tolkien non ha potuto fare, vista le genesi delle sue opere.
Certo, ci sono degli eccessi, alcuni tasti sono toccati con troppa energia, alcune caratterizzazioni possono far storcere la bocca anche a chi è appena appena purista (gli integralisti di Tolkien immagino abbiano preso torce e forconi e si siano recati al castello di Jackson per incenerire lo scienziato pazzo e le sue creature partorite dalla folgore del demonio), ma nel complesso ho trovato la nuova incursione nella Terra di Mezzo di gran lunga superiore a ogni mia aspettativa (molto modesta in verità - ed è anche per questo che finora avevo snobbato il film) e adesso non vedo l'ora di scoprire quali altre "fantasie" aggiungerà alla trama il folletto oceanico nei prossimi due capitoli della saga.
Un pulp al giorno: The Butcher's Eyes
Vi dovevo un ultimo racconto per completare il numero di agosto/settembre 1938 di Horror Stories, di cui abbiamo ampiamente parlato negli ultimi giorni, ed ecco quindi un breve (fortunatamente) racconto di un autore facente parte anche della scuderia di Weird Tales, ovvero Mindret Lord.
La storiella è banalissima e non tiene assolutamente la distanza di tempo che ci separa dalla sua stesura: vi si narra di un riccone sul punto di diventare cieco cui un dottore trapianta gli occhi di un condannato a morte, un macellaio colto da deliri di follia, che ha ucciso la moglie credendola una pecora. Non sto neanche a dire come lo stesso avvenga al riccone, poco dopo aver ricevuto il trapianto.
Raccontino troppo telefonato per aver un minimo di senso al giorno d'oggi, che chiude (in)degnamente un numero della rivista inferiore alle attese, lontano dai migliori del genere.
Adesso una pausa, perché il mio lavoro per Radioarchives mi ha portato ancora una volta sui cieli della Francia del primo conflitto mondiale con G-8 e i suoi Battle Aces
La storiella è banalissima e non tiene assolutamente la distanza di tempo che ci separa dalla sua stesura: vi si narra di un riccone sul punto di diventare cieco cui un dottore trapianta gli occhi di un condannato a morte, un macellaio colto da deliri di follia, che ha ucciso la moglie credendola una pecora. Non sto neanche a dire come lo stesso avvenga al riccone, poco dopo aver ricevuto il trapianto.
Raccontino troppo telefonato per aver un minimo di senso al giorno d'oggi, che chiude (in)degnamente un numero della rivista inferiore alle attese, lontano dai migliori del genere.
Adesso una pausa, perché il mio lavoro per Radioarchives mi ha portato ancora una volta sui cieli della Francia del primo conflitto mondiale con G-8 e i suoi Battle Aces
giovedì 18 luglio 2013
Un pulp al giorno: Things that once were girls
Penultimo appuntamento con i racconti del numero di agosto settembre 1938 di Horror Stories, con uno dei peggiori racconti che mi sia capitato di leggere in uno degli shudder pulps, nonostante il titolo straordinario (e piuttosto fuorviante) e nonostante la storia sia praticamente l'epitome del genere.
Scritta da Donald Graham (pseudonimo di Donald Cormack, autore molto attivo nel genere in quegli anni), la vicenda, scritta malissimo, narra di una razza perduta di Aztechi, una città nascosta dietro una cascata nelle montagne messicane, e gli osceni rituali di tortura e morte che vi si svolgono, possibilmente ai danni di bellissime donne bianche. Fin qui, a parte la banalità della situazione più e più volte ritratta, nulla di strano; ma l'autore infarcisce il tutto in una sequenza di eventi demenziale, in personaggi usa e getta sfruttati nel modo più incomprensibile, in spiegazioni del cattivo di turno (che si capisce subito chi è) buttate là a metà della storia, redenzioni stile Innominato del tutto prive di fondamento, insomma, un coacervo di spazzatura, tinteggiato da scene di tortura e nudità femminili tipiche del genere - e forse, malauguratamente, unico punto di forza, se si vuol dir così, del racconto, almeno capace di calarlo a pieno titolo nella rivista di cui fa parte.
Una vera delusione
Scritta da Donald Graham (pseudonimo di Donald Cormack, autore molto attivo nel genere in quegli anni), la vicenda, scritta malissimo, narra di una razza perduta di Aztechi, una città nascosta dietro una cascata nelle montagne messicane, e gli osceni rituali di tortura e morte che vi si svolgono, possibilmente ai danni di bellissime donne bianche. Fin qui, a parte la banalità della situazione più e più volte ritratta, nulla di strano; ma l'autore infarcisce il tutto in una sequenza di eventi demenziale, in personaggi usa e getta sfruttati nel modo più incomprensibile, in spiegazioni del cattivo di turno (che si capisce subito chi è) buttate là a metà della storia, redenzioni stile Innominato del tutto prive di fondamento, insomma, un coacervo di spazzatura, tinteggiato da scene di tortura e nudità femminili tipiche del genere - e forse, malauguratamente, unico punto di forza, se si vuol dir così, del racconto, almeno capace di calarlo a pieno titolo nella rivista di cui fa parte.
Una vera delusione
Un pulp al giorno: School for the Dying
Il solito numero di agosto-settembre 1938 di Horror Stories ci regala oggi un mystery vero e proprio, con minime tracce di horror e sesso, per poter rientrare nei canoni consueti della rivista. In effetti, sono talmente minimi che un racconto del genere avrebbe potuto trovare ospitalità anche in pulp come Black Mask o Dime Detective.
Scritto da Julius Long (già visto in precedenza e autore molto prolifico nel periodo su questo tipo di riviste), è un racconto piuttosto scialbo e monotono, piatto e scontato, imperniato sulla morte per acido dalla doccia di un gruppo di studentesse di un prestigioso college altolocato, che rischia l'inevitabile chiusura per mancanza di iscrizioni dopo un fatto del genere, e tutta l'arzigogolata e improbabile vicenda vede uno degli insegnanti di chimica coinvolto nel cercare di salvarsi dall'infamante accusa di essere il killer dell'acido, mentre in realtà l'artefice del misfatto è lo stesso anziano preside dell'isituto. Nel frattempo il nostro "eroe" troverà anche modo di innamorarsi (ovviamente ricambiato) dalla gelida e precedentemente odiata segretaria del preside.
Scritto controvoglia e malamente sviluppato, il racconto mostra le peggiori pecche del genere, mancando quasi totalmente delle scene voyeuristiche insite negli shudder pulps, ma al contempo anche di una qualsiasi trama plausibile in un mystery vero e proprio (quale vorrebbe essere), risultando in un caotico affastellarsi di eventi che l'autore poi si vede costretto a spiegare al lettore in una sequenza insolitamente lunga e tediosa e non priva di possibili contraddizioni.
Deludente, quindi, ed è un peccato perché Long in precedenza ci era piaciuto anche molto.
Scritto da Julius Long (già visto in precedenza e autore molto prolifico nel periodo su questo tipo di riviste), è un racconto piuttosto scialbo e monotono, piatto e scontato, imperniato sulla morte per acido dalla doccia di un gruppo di studentesse di un prestigioso college altolocato, che rischia l'inevitabile chiusura per mancanza di iscrizioni dopo un fatto del genere, e tutta l'arzigogolata e improbabile vicenda vede uno degli insegnanti di chimica coinvolto nel cercare di salvarsi dall'infamante accusa di essere il killer dell'acido, mentre in realtà l'artefice del misfatto è lo stesso anziano preside dell'isituto. Nel frattempo il nostro "eroe" troverà anche modo di innamorarsi (ovviamente ricambiato) dalla gelida e precedentemente odiata segretaria del preside.
Scritto controvoglia e malamente sviluppato, il racconto mostra le peggiori pecche del genere, mancando quasi totalmente delle scene voyeuristiche insite negli shudder pulps, ma al contempo anche di una qualsiasi trama plausibile in un mystery vero e proprio (quale vorrebbe essere), risultando in un caotico affastellarsi di eventi che l'autore poi si vede costretto a spiegare al lettore in una sequenza insolitamente lunga e tediosa e non priva di possibili contraddizioni.
Deludente, quindi, ed è un peccato perché Long in precedenza ci era piaciuto anche molto.
mercoledì 17 luglio 2013
Darkness waiting: Sudden Death, espansione per Blood Bowl Team Manager
Qualche mese fa su queste pagine avevo parlato di Blood Bowl Team Manager, un'interessante variante di carte a più giocatori del classico gioco di football americano fantasy.
Adesso parliamo un po' della prima espansione dedicata al gioco, Sudden Death, per adesso disponibile solo in lingua inglese, ma immagino presto traslata anche nella lingua di Dante.
Il gioco aggiunge tre nuove squadre alle sei presenti nel gioco base (ovvero Conti Vampiro, Elfi Scuri e Non Morti), ma soprattutto alcune interessanti varianti sia per l'attribuzione dei premi per i vincitori dei vari incontri, sia nel gioco stesso delle squadre.
Dal punto di vista dei premi, l'aggiunta dei cosiddetti contracts (ovvero dei premi variabili da 2 a 5 tifosi, che si scoprono soltanto alla conclusione della partita) aggiunge un po' di imprevedibilità al calcolo dei punti vittoria, consentendo rimonte inattese.
Altra variante molto carina è l'introduzione dei palloni magici, che attribuiscono a chiunque ne entri in possesso variabili che possono andare da tifosi extra, ad azioni di gioco immediatamente giocabili, etc.
Semplice ed efficace
La variazione più grande riguarda le regole per i nuovi team. La principale novità - che a mio avviso sbilancia non poco il gioco e penalizza le vecchie squadre (come era intuibile visto che tendono a farlo le espansioni di qualsiasi gioco dove si introducono nuove squadre) - è l'utilizzo di una o più abilità da parte dei giocatori che vengono buttati a terra per un blocco; si tratta di abilità che vengono usate subito, interrompendo l'azione del giocatore in gioco e possono avere effetti decisamente notevoli.
Tra queste abilità per i giocatori "stesi al suolo" c'è l'introduzione della rigenerazione, caratteristica dei soli vampiri e non morti (questi ultimi hanno praticamente l'intera squadra in grado di rigenerare), che possono rialzarsi se buttati a terra da un blocco una volta su sei.
Che dire? A una prima partita a 3 giocatori giocata con i soli tre team new entries, i non morti sono parsi molto molto forti, gli elfi scuri interessanti, i conti vampiro meno efficaci del previsto.
Stiamo già pensando a delle varianti per limitare la forza di queste nuove squadre (che giocando come fazione a se stante, hanno anche il vantaggio di scegliere da un numero limitato di star player, generalmente piuttosto forti): la prima che proveremo è quella di lasciar libera la scelta degli star player (non quindi dalla propria fazione, secondo le regole, ma da uno qualsiasi dei tre mazzi di gioco), ma limitando l'utilizzo degli extra-fazione a 3 star player per turno (o forse addirittura a 3 per l'intera partita).
Altra regola che vorrei provare, è quella di valutare eventuali infortuni degli star players (regola assente dal gioco base, ma che fa molto Blood Bowl originale): se si utilizza in comunione con la precedente proposta, non dovrebbe sbilanciare in modo esagerato il gioco.
Infine, vorrei provare a introdurre un sistema di premiazione a punti: il vincitore di ogni confronto accumula un certo numero di punti, che poi potrà usare per comprare abilità aggiuntive per i giocatori normali (non gli star player), da aggiungere come abilità a terra per le sei squadre originali (che altrimenti credo siano piuttosto penalizzate da un confronto contro le tre squadre che hanno tali abilità).
In linea di massima, Blood Bowl Team Manager è un ottimo gioco e noi ci stiamo divertando un sacco a giocarlo (tanto che si è resa necessaria l'acquisizione di una scatola di espansione). L'espansione aggiunge al divertimento e spinge, come avete visto, a progettare nuove varianti, nuove modifiche, nuove idee per dar vita a un gioco sempre più equilibrato e affascinante.
Non vedo l'ora che venga prodotta qualche altra espansione con nuove squadre (ne mancano ancora parecchie); altrimenti, sarà il caso che ce la facciamo da soli.
Adesso parliamo un po' della prima espansione dedicata al gioco, Sudden Death, per adesso disponibile solo in lingua inglese, ma immagino presto traslata anche nella lingua di Dante.
Il gioco aggiunge tre nuove squadre alle sei presenti nel gioco base (ovvero Conti Vampiro, Elfi Scuri e Non Morti), ma soprattutto alcune interessanti varianti sia per l'attribuzione dei premi per i vincitori dei vari incontri, sia nel gioco stesso delle squadre.
Dal punto di vista dei premi, l'aggiunta dei cosiddetti contracts (ovvero dei premi variabili da 2 a 5 tifosi, che si scoprono soltanto alla conclusione della partita) aggiunge un po' di imprevedibilità al calcolo dei punti vittoria, consentendo rimonte inattese.
Altra variante molto carina è l'introduzione dei palloni magici, che attribuiscono a chiunque ne entri in possesso variabili che possono andare da tifosi extra, ad azioni di gioco immediatamente giocabili, etc.
Semplice ed efficace
La variazione più grande riguarda le regole per i nuovi team. La principale novità - che a mio avviso sbilancia non poco il gioco e penalizza le vecchie squadre (come era intuibile visto che tendono a farlo le espansioni di qualsiasi gioco dove si introducono nuove squadre) - è l'utilizzo di una o più abilità da parte dei giocatori che vengono buttati a terra per un blocco; si tratta di abilità che vengono usate subito, interrompendo l'azione del giocatore in gioco e possono avere effetti decisamente notevoli.
Tra queste abilità per i giocatori "stesi al suolo" c'è l'introduzione della rigenerazione, caratteristica dei soli vampiri e non morti (questi ultimi hanno praticamente l'intera squadra in grado di rigenerare), che possono rialzarsi se buttati a terra da un blocco una volta su sei.
Che dire? A una prima partita a 3 giocatori giocata con i soli tre team new entries, i non morti sono parsi molto molto forti, gli elfi scuri interessanti, i conti vampiro meno efficaci del previsto.
Stiamo già pensando a delle varianti per limitare la forza di queste nuove squadre (che giocando come fazione a se stante, hanno anche il vantaggio di scegliere da un numero limitato di star player, generalmente piuttosto forti): la prima che proveremo è quella di lasciar libera la scelta degli star player (non quindi dalla propria fazione, secondo le regole, ma da uno qualsiasi dei tre mazzi di gioco), ma limitando l'utilizzo degli extra-fazione a 3 star player per turno (o forse addirittura a 3 per l'intera partita).
Altra regola che vorrei provare, è quella di valutare eventuali infortuni degli star players (regola assente dal gioco base, ma che fa molto Blood Bowl originale): se si utilizza in comunione con la precedente proposta, non dovrebbe sbilanciare in modo esagerato il gioco.
Infine, vorrei provare a introdurre un sistema di premiazione a punti: il vincitore di ogni confronto accumula un certo numero di punti, che poi potrà usare per comprare abilità aggiuntive per i giocatori normali (non gli star player), da aggiungere come abilità a terra per le sei squadre originali (che altrimenti credo siano piuttosto penalizzate da un confronto contro le tre squadre che hanno tali abilità).
In linea di massima, Blood Bowl Team Manager è un ottimo gioco e noi ci stiamo divertando un sacco a giocarlo (tanto che si è resa necessaria l'acquisizione di una scatola di espansione). L'espansione aggiunge al divertimento e spinge, come avete visto, a progettare nuove varianti, nuove modifiche, nuove idee per dar vita a un gioco sempre più equilibrato e affascinante.
Non vedo l'ora che venga prodotta qualche altra espansione con nuove squadre (ne mancano ancora parecchie); altrimenti, sarà il caso che ce la facciamo da soli.
martedì 16 luglio 2013
Un pulp al giorno: I paint only death
Il racconto pulp di oggi, sempre dalle pagine del numero di agosto/settembre 1938 di Horror Stories, appartiene a uno scrittore che viene reputato uno dei grandi della fantascienza delle origini, quel Ray Cummings, autore di numerose incursioni nei mondi dell'infinitamente piccolo, che sono state pubblicate anche nel nostro paese, in particolare dalla casa editrice Libra.
In realtà Cummings ha scritto racconti dei generi più diversi, e non ha disdegnato incursioni anche nell'horror, e più in particolare negli shudder pulps.
Questo racconto sembra un classico episodio televisivo dei primi anni Sessanta, se non fosse per il sesso e il sangue che lascia uscire a ogni capoverso. Narra la vicenda di un brillante pittore di nudi femminili, che, a causa della maledizione lanciatagli da una sua ex-modella di cui ha rifiutato le avances, è convinto che ogni quadro che porti a compimento comporti la morte della modella ritratta. Sostanziata dalle morti, apparentemente dovute ad abusi di sostanze stupefacenti e incidenti stradali, di due sue ex modelle, l'uomo decide di non impugnare mai più un pennello per dipingere, ma poi, l'incontro con una donna affascinante che in breve tempo diventa sua moglie (dall'improbabile nome di Anitra), lo spinge a tornare sui propri passi. Convinto anche dalle continue insistenze di un amico produttore di stampe artistiche, l'uomo accetta di dipingere la moglie e sfidare la maledizione... riuscirà a prevalere, scoprendo altresì il folle piano dell'amico produttore.
Costruito molto bene nella prima parte, con il crescendo della maledizione e dello scivolamento nella follia del pittore, con vivide e sensuali descrizioni dell'appagamento sessuale e artistico dell'artista al lavoro, il racconto perde molta della sua forza nello scialbo finale, con il classico venir meno di ogni elemento sovrannaturale, e la sostituzione con un banalissimo complotto di gelosa vendetta del mentecatto di turno.
Resta leggibile, come ottimo esempio della media dei racconti del periodo, forse con un livello letterario un filo più alto nella prima parte, prima di scadere nel trito e ritrito.
In realtà Cummings ha scritto racconti dei generi più diversi, e non ha disdegnato incursioni anche nell'horror, e più in particolare negli shudder pulps.
Questo racconto sembra un classico episodio televisivo dei primi anni Sessanta, se non fosse per il sesso e il sangue che lascia uscire a ogni capoverso. Narra la vicenda di un brillante pittore di nudi femminili, che, a causa della maledizione lanciatagli da una sua ex-modella di cui ha rifiutato le avances, è convinto che ogni quadro che porti a compimento comporti la morte della modella ritratta. Sostanziata dalle morti, apparentemente dovute ad abusi di sostanze stupefacenti e incidenti stradali, di due sue ex modelle, l'uomo decide di non impugnare mai più un pennello per dipingere, ma poi, l'incontro con una donna affascinante che in breve tempo diventa sua moglie (dall'improbabile nome di Anitra), lo spinge a tornare sui propri passi. Convinto anche dalle continue insistenze di un amico produttore di stampe artistiche, l'uomo accetta di dipingere la moglie e sfidare la maledizione... riuscirà a prevalere, scoprendo altresì il folle piano dell'amico produttore.
Costruito molto bene nella prima parte, con il crescendo della maledizione e dello scivolamento nella follia del pittore, con vivide e sensuali descrizioni dell'appagamento sessuale e artistico dell'artista al lavoro, il racconto perde molta della sua forza nello scialbo finale, con il classico venir meno di ogni elemento sovrannaturale, e la sostituzione con un banalissimo complotto di gelosa vendetta del mentecatto di turno.
Resta leggibile, come ottimo esempio della media dei racconti del periodo, forse con un livello letterario un filo più alto nella prima parte, prima di scadere nel trito e ritrito.
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